Il GGG – Il grande gigante gentile

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Il cuore di Il GGG (che da adesso chiamerò The BFG, perché sono un geek appassionato di videogiochi e mi fa ridere) sta tutto nel titolo, nel personaggio letteralmente “larger than life” così ben interpretato da Mark Rylance. Il suo gigante è caratterizzato in maniera surreale, buffa, con il classico taglio visivo da effetti speciali di film per bambini. Ricerca grande pulizia e vicinanza alla realtà, ostenta un livello tecnico esagerato nella resa interpretativa ma allo stesso tempo non si vergogna della propria natura pupazzosa, cartoonesca nelle movenze esagerate, nell’estetica colorata, che stacca almeno in parte da quanto di normale lo circonda. Inoltre, la scrittura dei suoi dialoghi è buffa, stralunata, dinoccolata tanto quanto le sue movenze, in un delirio di parole stiracchiate, arrotolate, pasticciate, impossibili, eppure allo stesso tempo comprensibilissime. Rylance, però, gli dona una dolce, delicata, adorabile credibilità, caricandosi il film sulle spalle con eleganza e disinvoltura, facendo funzionare tutto forse anche più del dovuto.

Se devi portare sul grande schermo un classico di Roald Dahl, viene facile pensare che affidarlo alla sceneggiatrice e al regista di E.T. sia un andare a colpo sicuro, e infatti è andata benissimo, con Spielberg racconta la storia del gigante buffo, buono e gentile trovando un meraviglioso frullato di toni e atmosfera. C’è il senso sinistro e inquietante di una mano enorme che ti afferra entrando dalla finestra, c’è la meraviglia della scoperta di un mondo completamente altro, c’è il fascino dell’avventura in terre lontane e c’è una comicità delicata, scemotta, adorabile, nell’incontro fra esseri viventi che trovano un modo per comunicare e aiutarsi a vicenda contro una minaccia comune. Nei suoi momenti migliori, che sono poi l’atto iniziale e quello conclusivo, The BFG trova la forza di un libro animato che prende vita al cinema, racconta siparietti adorabili, dalla comicità e dallo spirito irresistibili, adottando soluzioni visive e narrative di grande forza ed eleganza.

Dove incespica un po’ è nella parte centrale, che, pur popolata da immagini fulminanti e da un utilizzo fantastico di luci e colori, gira in tondo trascinando forse troppo a lungo una storia piuttosto flebile. C’è tanta chiacchiera, conversazioni anche simpatiche fra il gigante e la bravissima Ruby Barnhill, ma che fanno un po’ arrancare la storia, senza oltretutto che venga dato il giusto spazio agli antagonisti, efficaci e minacciosi ma davvero poco approfonditi. Il risultato è un film delizioso, pieno di bei momenti, ma che forse rimane un po’ troppo agganciato alla sua natura di fiabetta per bambini, senza trovare quella marcia in più che magari ci si aspetterebbe da Spielberg. Insomma, non è TinTin. Però è comunque un film per bambini diretto da Stefanino, e buttalo.

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