Realive

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Realive ha un po’ quel cipiglio lì da fantascienza canadese tutta glaciale, elegante, inquadrata, ma sotto sotto romantica e voluttuosa. E invece il regista, Mateo Gil, è nato alle Canarie ed è sostanzialmente di formazione spagnola, con alle spalle soprattutto una carriera da sceneggiatore di fiducia di Alejandro Amenábar e già qualche film da regista. Ma tutto sommato, via, ci sta anche inquadrarlo come fantascienza canadese. Il problema è che puoi inquadrarlo come ti pare ma alla fin fine è più una questione di temi e aspirazioni che di risultato finale, perché Proyecto Lázaro (splendido titolo per il mercato spagnolo) propone begli spunti, idee affascinanti e un bel taglio incentrato sulla ricerca di emozioni forti, malinconia, romanticismo, ma casca sul traguardo della realizzazione. Non è un disastro, anzi, ma ti lascia addosso quella sensazione di “Ah, se fosse stato un film di David Cronenberg!” Ah!

Comunque, la storia racconta di Marc, un giovane creativo che si ritrova con un’aspettativa di vita bassina a causa di un tumore alle vie respiratorie e decide di farsi surgelare, nella speranza che in un lontano futuro possano rimetterlo in sesto. Chiede a fidanzata e miglior amico di dargli una mano col suicidio (meglio mettersi nel freezer quando ancora il corpo non è stato devastato dalla malattia), esegue e si risveglia decine d’anni dopo, primo essere umano riportato alla vita dal congelatore, pronto ad abbracciare un futuro a cui non appartiene. E qui cominciano i problemi. Marc voleva sfuggire non solo alla morte, ma anche a un’ultimo anno di vita da persona sofferente e sottomessa al giogo delle cure mediche… peccato che, essendo il primo “resuscitato”, la tecnologia è ancora quella che è e si ritrova proprio a vivere da infermo, legato a cure mediche costanti e a una sorta di cordone ombelicale elettronico che lo tiene in piedi. Quindi, insomma, ha rinunciato a tutti suoi cari e si regge in piedi a malapena, ma perlomeno è ancora vivo. Bene così? Non necessariamente.

Realive è, in buona sostanza, una lunga riflessione su vita, morte, abbandono, sofferenza, mortalità, perdita, amore, sopravvivenza e qualsiasi altro tema che possa stare bene infilato in una storia del genere. Così, per abbondanza. Gil limita il più possibile il lato fantascientifico della faccenda, descrivendo il futuro in maniera sommaria e spingendo invece sul dramma del protagonista, sulla riflessione filosofica e sul romanticismo. Punta forte su una voce narrante che dà forma alle riflessioni del protagonista, gioca a rimpiattino fra passato e futuro e apre tutto sul fronte del sentimento nell’atto conclusivo. Sulla carta, sarebbe un film fatto apposta per me, il problema è che manca la sostanza, i personaggi non hanno lo spessore che ci vorrebbe, gli attori non sono all’altezza del dramma che dovrebbero veicolare e il film si trascina stancamente verso un finale che non può scatenare la forza emotiva di cui avrebbe bisogno. Insomma, un po’ uno spreco.

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