K-Shop

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K-Shop è il classico film horror che prende spunto da fatti di cronaca e cerca di sfruttare l’elemento trucido per parlare d’altro. L’horror impegnato, diciamo, con il bonus del protagonista vigilante, dalla moralità deviata ma che il film ti spinge ad apprezzare per mezzo del contesto, delle condizioni in cui si trova, del fatto di essere circondato da gente forse peggiore di lui. Che forse se lo merita, di finire infilata su uno spiedo. Forse. O forse stai parteggiando per un pazzo criminale. Vai a sapere. Il pazzo criminale in questione, comunque, è Salah, uno studente universitario britannico, ma di origini turche, che si ritrova a gestire il locale di famiglia in seguito alla morte del padre, ucciso da teppisti sbronzi durante quella che, nel contesto raccontato dal film, è la norma delle notti inglesi: tutti ubriachi e strafatti, in giro per le strade a rendersi ridicoli, spaccare tutto, trattare di merda il prossimo ed estrarre lampi di razzismo non proprio nascosto.

Eventi successivi, in larga misura figli della sfiga, danno il là definitivo alla carriera di vigilante vendicativo del caro Salah, che si ritrova a uccidere poeticamente la peggior feccia che gli capita davanti per poi macellarla, piazzarla sullo spiedone e servirla ai clienti come kebab di agnello. Ciliegina sulla torta: il kebab umano si rivela pure buono e finisce per rilanciargli il locale! Ma ovviamente non tutto andrà per il verso giusto, Salah commetterà qualche errore, arriveranno i problemi e ci troveremo a riflettere sulla gravità delle sue azioni e su quanto sia facile finire per giustificare atti vergognosi se le condizioni ti spingono all’estremo. Oltre che sul fatto che, tutto sommato, viene voglia di assaggiarlo, ‘sto kebab umano, se è davvero così buono.

Il problema è che per arrivarci, alla fine, ci vuole forse troppo tempo, perso anche inseguendo fili narrativi poco interessanti, e sulla distanza il gioco perde un po’ d’impeto. Forse avrebbe giovato sfruttare un po’ di più gli ovvi spunti comici che nascono dall’idea attorno a cui ruota il film, o magari no, magari è stato giusto prendere le cose sul serio, ma di certo manca un po’ di mordente, di personalità, di forza. K-Shop è un film interessante, che affronta di petto i suoi temi, li prende sul serio e cerca di proporre una moralità sfumata, dubbia in ogni suo aspetto. E in questo senso funziona, sia per come affronta situazioni assolutamente attuali e legate alla cronaca, sia perché si prende il tempo di dare sostanza a personaggi inizialmente introdotti come macchiette. Però gli manca qualcosa, qualcosa che te lo faccia rimanere dentro. Chissà, forse manca di sale.

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