The Greasy Strangler

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The Greasy Strangler è una roba (quasi) completamente assurda. È una commedia horror, o forse una satira disgustosa, o magari un film surreale in cui c’è un tizio ricoperto di grasso che va in giro ad ammazzare gente. È una fra le cose più fuori di testa che abbia visto negli ultimi anni e non so se mi sentirei di dire che si tratta di un film divertente, riuscito, bello. Mi sentirei però di dire che va visto, perché cose del genere quando mai capita di poterle vedere? L’unico vero avviso, magari, consiste in un facile “lasciate perdere se vi stomacate facilmente”. Non perché ci siano elementi particolarmente splatter, anzi, le uccisioni sono per lo più caste e in un paio di casi anche abbastanza buffe. Però ci sono un sacco di elementi onestamente disgustosi, per lo più relativi all’ingerire roba immersa nel grasso, al ricoprirsi di grasso, al fare cose col grasso, e sono in generale i personaggi stessi e l’estetica generale del film a puntare sul disagio.

La storia racconta di un padre e un figlio (adulto) completamente disadattati, che paiono usciti da una versione distorta del classico film indie americano con le famiglie tutte matte. Ma, ancora di più, The Greasy Strangler sembra nascere da una certa corrente del fumetto americano di satira sociale, dai corpi distorti e dal luridume di gente come Robert Crumb e Daniel Clowes. È tutto unto, rancido e basso: i personaggi, la storia, l’ambientazione e quel taglio visivo così carico d’inventiva circoscritta all’interno di confini deliranti, figli di un budget ridotto all’osso e di una voglia matta di stupire con il senso dell’assurdo. Tutto ruota attorno alla follia dei protagonisti, dei loro conoscenti e del mondo insensato nel quale si trovano a vivere, un mondo fatto di sesso, cibo, disco music e olio extravergine d’oliva.

E nella sua maniera tutta contorta, perversa, surreale, The Greasy Strangler parla di abusi in famiglia, di gente ai margini preda della propria folle rabbia, ma si tratta solo di accenni, lampi tematici che scivolano in giro sulle macchie d’unto. Il cuore del film diretto dall’esordiente Jim Hoskins (suo il segmento D is for Grandad di ABCs of Death 2) è in realtà un intestino carico di monnezza, un tripudio di disagio e disgusto infilato in gola allo spettatore. Lo osservi allibito, lanciandoti ogni tanto in qualche risata ma senza mai riuscire a trovarvi un senso che vada oltre ai chili di grasso spalmati in giro. È una padellata di salsicce troppo unte e cotte per novanta minuti. È un folle miscuglio di colori, suoni, immagini, composto con attenzione maniacale per creare quadri surreali e fastidiosi. È una fra le cose più fuori di testa che abbia visto negli ultimi anni e non so se mi sentirei di dire che si tratta di un film divertente, riuscito, bello. Mi sentirei però di dire che va visto, perché cose del genere quando mai capita di poterle vedere?

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