I Am Not a Serial Killer

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I Am Not a Serial Killer si iscrive per direttissima al gruppo dei film di genere che provano a mescolare assieme stili e approcci diversi per tirare fuori qualcosa di bizzarro, magari anche geniale (non è questo il caso), che va a tanto così dall’essere un pasticcio ma tutto sommato funziona, seppur non fino in fondo. L’intreccio è roba tipica da horror adolescenziale anni Ottanta, in zona Ammazzavampiri (ma, per carità, poi si torna sempre a La finestra sul cortile): c’è un serial killer che miete vittime nella cittadina di provincia, c’è un adolescente fancazzaro incuriosito dalla cosa e c’è qualcuno che vivacchia in zona e sembrerebbe proprio poter essere il serial killer in questione. Il twist sta nel modo in cui viene raccontata la storia.

Il taglio visivo, musicale, narrativo è infatti da film indipendente americano medio: roba dimessa, dai tempi dilatati e dal ritmo uniformato a quello delle vite che racconta. Il giovane protagonista è un sociopatico disadattato, il classico ragazzo americano che vive in provincia, ha una famiglia disfunzionale e non sa bene cosa fare della propria vita. E il film ne racconta le vicende con un approccio che t’aspetteresti di trovare in una sezione collaterale dei festival del cinema che si prendono sul serio, mica al Paris International Fantastic Film Fest. Questo schianto frontale tra forma e sostanza dà vita a un horror particolare, straniante e a modo suo intrigante. Intendiamoci: non è nulla che non si sia mai visto prima e, anzi, i festival che danno spazio ai registi indipendenti sono pieni di film in qualche modo vicini a questo, ma tutto sommato ne viene fuori un’opera che riesce a omaggiare un certo cinema popolare retrò senza uniformarsi troppo ai mille altri film e telefilm recenti dallo spirito simile.

Il problema, semmai, è che la gestione placida del ritmo tira un po’ la corda e in qualche momento sconfina dal “Ti ammorbo con la lentezza esistenziale per immergerti nello stato d’animo adatto” al “Ti ammorbo e basta”. Inoltre, i momenti in cui il film la butta per aria e vira con decisione verso situazioni più da storia horror adolescenziale classica risultano forse un po’ forzati e fuori posto. E questo mix pasticciato finisce per essere allo stesso tempo uno fra i motivi d’interesse e uno fra i problemi principali. Però, insomma, tutto sommato, nonostante ci siano cose che non vanno, I Am Not a Serial Killer è un film bizzarramente gradevole, anche grazie a un Christopher Lloyd che ci mette la voglia delle grandi occasioni. E nonostante Max Records, il protagonista, c’abbia una faccia da schiaffi che fa provincia.

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