The Good Wife – Stagione 7

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Per sette stagioni consecutive, fra alti e bassi, con qualche impaccio d’avvio, un picco clamoroso, un po’ di ricaduta e infine un anno conclusivo decisamente buono, The Good Wife ha tenuto alta la bandiera della televisione classica, da network, quella con le stagioni lunghe che portano avanti la loro storia tramite una struttura procedurale. E in quei sette anni è stata probabilmente la miglior serie da network degli ultimi… boh… quindici? Qualcosa del genere, perlomeno, dai. Certo, oggi come oggi, è un po’ una vittoria nel campionato della sfiga, ma il fatto è che The Good Wife è stata una serie clamorosa a prescindere da dove la trasmettevano e ha dimostrato anno dopo anno quanto sia ancora possibile fare ottima televisione anche senza la libertà strutturale e creativa di cui puoi godere fra streaming e cavo. Il tutto, ripeto, sparando fuori ogni anno venti e più puntate dalla qualità costante e altissima, in un mondo in cui, cavo o non cavo, ci sono serie che riescono ad essere altalenanti e logorroiche anche su stagioni da tredici, sei, perfino tre puntate. E questo, magari, fa un po’ più impressione.

In ogni caso, dopo quell’apice clamoroso del quinto anno e una stagione successiva obiettivamente un po’ debole, con l’ultima annata i King e il loro staff si sono rimboccati le maniche e hanno tirato fuori ventidue episodi che ogni tanto si incriccano, che faticano a dare spazio a sufficienza ai nuovi volti, ma che porca miseria se segnano un ritorno di forma, se mostrano un sacco di spunti fantastici nei singoli racconti e se chiudono tutto sommato bene le varie questioni. Certo, svariati fili narrativi rimangono un po’ li appesi, alcuni personaggi sfumano via senza avere un gran finale, ma in fondo c’è la sensazione che la cosa sia fortemente voluta e che tutto faccia da sfondo al culmine della parabola affrontata da Alicia Florrick. La brava moglie non è più tanto brava e ha seguito un suo arco narrativo che ha finito per farla diventare sempre più simile al marito che tanto osteggiava: arrivista, politicizzata, disposta a tutto per ottenere quello che vuole, combattuta ma comunque implacabile nello scavare sempre più vuoto emotivo attorno a sé.

Tutta la stagione si incentra sul portare a termine il suo processo di trasformazione, sulle difficoltà sempre più grosse che incontra, sulle esplosioni di rabbia, gioia, pace, disperazione, perdono. Che bello, folle, uscito dal nulla e proprio per questo credibile, quel momento di disperazione improvvisa davanti al bucato, assieme alla sua unica (forse) amica. Che divertimento nell’assurdo rimpiattino fra gli uomini passati, presenti e futuri (?) della sua vita. Che meraviglia perfino lo spazio dato ai figli e che piacere il rapporto con Eli Gold. Insomma, che bel finale, per una serie che lungo sette anni ha saputo gestire quasi sempre benissimo dramma, commedia, romanticismo, appoggiandosi su attori in palla e tirando fuori idee sempre azzeccatissime per intrecciarsi con il sociale, la politica, la cultura popolare contemporanea. E che finale, che schiaffo, che botta, che bel taglio secco che conclude in maniera crudele e ti lascia lì, così, soddisfatto ma anche dispiaciuto perché vorresti saperne di più, vorresti andare avanti, vorresti scoprire cosa accadrà a tutti, a testimonianza di quanto sono stati bravi a farteli amare. Ah!

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