Mademoiselle

Nel suo ritorno al cinema orientale dopo l’esperimento occidentale di Stoker, Park Chan-Wook fa il giro inverso e trasferisce nella Corea occupata dal Giappone dei primi del Novecento Fingersmith, un romanzo ambientato nella Gran Bretagna vittoriana. La storia racconta di tre persone impegnate a cercare la fuga dai contesti oppressivi in cui vivono: Lady Hideko è cresciuta nella sicurezza dell’isolamento, Sook-hee è una donna libera di spirito ma limitata dalla sua condizione di povertà e il fantomatico Conte è un coreano che ha convinto gli invasori nipponici di essere uno di loro ma non si accontenta e vuole la libertà concessa dalla ricchezza. Le loro storie si intrecciano e si sviluppano attraverso le tre sezioni in cui il film si divide, più o meno come il romanzo, alternando i punti di vista sulla vicenda, svelando mano a mano segreti, colpi di scena e ribaltoni di prospettiva.

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Il resto dell’ottobre a fumetti di giopep

A fine ottobre sono andato a trascorrere una piacevole settimana in quel di Milano City per celebrare il primo compleanno dell’erede. Da quando vivo all’estero, i passaggi a Milano coincidono coi passaggi in fumetteria, per il recupero di quelle poche cose che ancora mi faccio tenere da parte in casella e che sono, sostanzialmente, qualche fumetto Bonelli e qualche manga. Sempre meno, fra l’altro, perché di alcune serie, prima o poi, finisco per rompermi le palle e anche perché altre serie, per fortuna, finiscono. Poi, certo, andando a recuperarle, quando va bene, ogni sei mesi, tendo comunque a tornare a casa coi sacchetti pieni, ma insomma, che ci dobbiamo fare.

Ovviamente, come al solito, la materia cerebrale ridotta ai minimi termini mi sta già mettendo in difficoltà sul ricordarmi cosa cacchio sia ‘sta roba. Facciamo il possibile.

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Sing Street

Sing Street racconta l’ennesima storia di gente che vuole fuggire dal paesino per inseguire i propri sogni, di irlandesi che sognano la terra promessa, di giovani che trovano modi per nascondersi dalla malinconica realtà di tutti i giorni. Non racconta, insomma, nulla di particolarmente nuovo, e lo fa abbandonandosi alla nostalgia, al potere trascinante della musica, alla messa in scena cinematografica del processo creativo, alla tenerezza delle amicizie che nascono da ragazzini, dei primi amori, del rapporto fortissimo tra fratelli, delle difficoltà nel sopportare una famiglia che sta andando a rotoli. Tutti argomenti dalla lacrima e dal sorriso facili, ma che non è necessariamente facile trattare nella maniera giusta. E lì, infatti, sta la chiave, perché ancora una volta John Carney dimostra di essere non solo un regista bravissimo a mescolare musica (come al solito scritta da lui) e cinema, ma anche un fantastico autore di commedie sentimentali semplici, efficaci, trascinanti, a cui è facile abbandonarsi.

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The Accountant

Gavin O’Connor non è esattamente un regista che la tocca piano. La sua cifra stilistica, in linea di massima, è quella dell'”apri tutto”, dello spingere a manetta sulla forza emotiva, sul sentimento, sul melodramma e, soprattutto, del farlo nella totale assenza di vergogna, in maniera sincera, verace. Ogni tanto butta lì anche qualche soluzione visiva interessante (tipo quella bella prima partita in Imbattibile), ma il cuore espressivo dei suoi film sta soprattutto lì, nell’emozione senza alcuna vergogna.  Inoltre, ha una passione per i drammi famigliari e i personaggi repressi, incapaci di esprimere ciò che hanno dentro se non attraverso l’azione e le pizze in faccia. Questi due aspetti della sua poetica conflagrano alla perfezione nella sua opera migliore, quella bomba di film sportivo che è Warrior, ma trovano agevole cittadinanza anche in The Accountant, un thriller d’azione con qualche grosso limite ma che, tutto sommato, mangia serenamente in testa a compitini poco ispirati come i nuovi Jack ReacherJason Bourne.

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Ouija: L’origine del male

Con il buon esordio con Absentia nel 2011 e, soprattutto, la notevole conferma data da quella bomba di Oculus nel 2013, Mike Flanagan si è proposto come uno fra i registi horror più apprezzabili degli ultimi anni, tirando fuori altri due film piuttosto riusciti come Il terrore del silenzioSomnia. Certo, Oculus rimane forse l’unico in cui davvero è riuscito a far culminare idee, scrittura, direzione, montaggio e, insomma, tutte le componenti del film in maniera ottima, ma in ogni sua opera si trovano idee interessanti, voglia di fare le cose alla sua maniera, padronanza tecnica. Per questo lascia un po’ perplessi che abbia accettato di dirigere Ouija: L’origine del male, prequel di un (al massimo mediocre) film di successo ma che lui stesso non ha particolarmente amato (“Ho accettato solo perché mi hanno garantito che avrei potuto fare quel che volevo”). Ma per lo stesso motivo, in fondo, non stupisce che abbia saputo tirar fuori un film riuscito, dalla bella personalità e che, anche quando si abbandona completamente alla fiera dell’horror da casa degli orrori, lo fa giocando con gusto nella melma dei cliché.

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La ragazza del treno

La ragazza del treno è il libro che nell’estate del 2015 tutti leggevano sul treno, in metropolitana, in spiaggia (io) o, insomma, dove capitava. Il “caso letterario”, l’ennesimo. Chiaramente, non poteva mancare l’adattamento cinematografico, che prende il testo ambientato nei dintorni di Londra e lo sposta nei dintorni di Manhattan, conservando però un paio di attori con l’accento inglese per darsi un tono. Al di là di questa mossa territoriale, che per altro, ci dicono le vittime del Brexit, rende forse più credibile l’idea di qualcuno che da un treno riesce a spiare quel che fa la gente in casa sua, la chiave di volta del passaggio da cellulosa a celluloide stava nel riuscire ad adattare ciò che più funzionava nel libro: il montare del mistero giocando con la percezione del lettore, saltellando fra diversi momenti temporali e tre punti di vista appartenenti ad altrettanti personaggi femminili. Anche perché il resto, onestamente, era piuttosto piatto e prevedibile.

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Un po’ dell’ottobre a fumetti di giopep

Allora, vediamo se ce la faccio a scrivere e pubblicare questi commentini veloci sui fumetti che leggo senza accumulare mesi di roba. Ce la faccio? No, non ce la faccio, considerando che nelle bozze del blog ci sono già i due appuntamenti successivi a questo, ma insomma, eh, ci si prova, anche perché ci sono dei matti che me lo chiedono su Facebook.

Comunque, di seguito chiacchiero molto velocemente di robe lette il mese scorso appartenenti a due sottoinsiemi del marasma fumettistico presso cui mi abbevero. Innanzitutto abbiamo un po’ di robe Marvel assaporate nel mio continuo, paziente e del tutto senza speranza lavoro di recupero certosino tramite Marvel Unlimited. Siamo credo nel 2011, vedete un po’ voi. E poi ci sono alcuni volumi di roba francese che mi è stata regalata per il compleanno da moglie e suoceri, cui voglio tanto bene. ♥ ♥ ♥

In tutto questo, il bello è che già quasi non mi ricordo più di che parli ‘sta roba. Madonna la vecchiaia.

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Kubo e la spada magica

Quando si chiacchiera di cinema d’animazione occidentale contemporaneo, si parla soprattutto della quasi sempre affidabile Pixar e della (ormai neanche troppo) recente rinascita Disney, ma si tende un po’ a sottovalutare uno studio che, zitto zitto, con Kubo e la spada magica, piazza il suo quarto gran film consecutivo. Laika Entertainment e Aardman (e Tim Burton quando gli prende lo sghiribizzo) sono sostanzialmente gli unici a tenere ancora alta la bandiera dell’animazione in stop motion, cosa che li fa coccolare dagli appassionati ma diminuisce forse un po’ la loro attrattiva presso il grande pubblico. O magari è una questione di tematiche, di taglio cupo e spesso non accomodante, di rispetto nei confronti del proprio pubblico di grandi e piccini, voglia di stimolarlo e colpirlo senza trattenersi più di tanto.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Morgan

Circa un mese fa, ho scritto di Morgan perché avevo letto da qualche parte che stava uscendo al cinema in Italia, ma poi è saltato fuori che mi avevano teso un trabocchetto e invece esce oggi. Se non mi hanno teso un altro trabocchetto. Oh, poco male, tanto fa cagare. Se vogliamo farla breve, diciamo che inizia come un Ex Machina mediocre, poi diventa un Ex Machina versione slasher brutto e infine muta in un Ex Machina in chiave action orrendo. La versione lunga sta a questo indirizzo qui.

Wiener-Dog

I film di Todd Solondz sono un po’ tutti delle commedie nere. Anzi, delle commedie nere. I suoi personaggi si muovo immersi in uno strato di pece talmente cupa che quando ne fuoriesce un lampo di speranza, per esempio nel secondo dei quattro episodi di cui è composto Wiener-Dog, ci rimani quasi male. Non è che le risate manchino, perché di certo Solondz ha anche un delizioso gusto per l’assurdo, il paradossale, la gag fulminante piazzata nel modo meno prevedibile, ma tendono ad essere sempre un po’ soffocate. Sarà che ci vuole molto pelo sullo stomaco per ridere serenamente dei suoi personaggi tanto patetici quanto umani, sarà magari che le risate messe di traverso fra le tragedie sono per forza amare, sarà che con un finale come quello che c’è qui, infame, brutale, asciutto, difficilmente si esce da un suo film col sorriso sulle labbra

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