Snowden

Snowden è un film per molti versi complementare al documentario Citizenfour, che ha raccontato le vicende dell’uscita allo scoperto di Edward Snowden da dentro, mostrandoci un po’ il volto e lo spirito del personaggio ma senza andare troppo a fondo sulla sua figura, rispettandone in fondo il desiderio principale espresso nel momento in cui fece scoppiare il bubbone. Non voleva diventare protagonista della conversazione pubblica e giornalistica, non voleva essere messo al centro dell’attenzione, voleva che ci si concentrasse sulle informazioni che aveva coraggiosamente deciso di svelare al pubblico e pretendeva che il dibattito si limitasse al tema principale, alle menzogne del governo americano e alla necessità di informare i cittadini su quel che viene fatto in termini di sorveglianza, giusto o sbagliato che sia il farlo. Tre anni dopo, però, il film di Oliver Stone, comunque scritto e realizzato in collaborazione con Snowden stesso, si propone come opera complementare proprio perché fa ciò che all’epoca Snowden non voleva: parla anche e soprattutto di lui.

Del resto, è chiaro che nel realizzare un film si compie un processo completamente diverso da quello di un documentario, anche se magari le intenzioni in termini di tesi da portare avanti e dimostrare possono essere simili. Snowden ha bisogno di proporre un racconto coinvolgente, che metta al centro delle vicende innanzitutto una persona e ne sfrutti la figura per dire ciò che ha da dire, con la consueta forza e totale mancanza di freni di Oliver Stone. E infatti Snowden è un film lontano anni luce dal taglio trattenuto e pacato di Citizenfour, affronta l’argomento con la grazia di un rinoceronte in cristalleria ma trova anche uno Stone in forma come forse non lo si vedeva da tempo, capace di spiegarsi in maniera sempre efficace e chiara. Il risultato è un film che svolge alla perfezione il compito di cui si è preso carico proprio perché si appoggia sulla classica versione hollywoodiana della realtà e su un branco di ottimi attori intenti ad “imitare” persone reali.

Snowden, infatti, racconta le vicende attraverso lo sguardo del suo protagonista, mettendoci di fronte alla sua storia, alle sue convinzioni, alle sue debolezze, all’importanza fondamentale della sua compagna e alle ragioni che l’hanno portato a cambiare il proprio punto di vista e a fare ciò che ha fatto. Si tratta di un approccio classico, che non inventa nulla e prende di petto tutti i cliché del genere “basato su una storia vera”, ma così facendo riesce a spiegare alla perfezione la propria tesi, senza cedere mai di un passo e, come da tradizione per Stone, senza dare la minima ombra di dubbio riguardo alle convinzioni espresse. E alla fine la sua forza sta soprattutto lì, nel modo in cui il film riesce ad essere divulgativo senza farsi pedante, appoggiandosi sugli strumenti tradizionali del cinema e sfruttandoli anzi per mostrare, in maniera dinamica, certo spettacolarizzata e romanzata, ma chiarissima, anche alcuni episodi che mostrano meglio di mille parole ciò che ha destabilizzato le certezze di Snowden e quel che riteneva il pubblico dovesse sapere.

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