The Fall – Caccia al serial killer – Serie 3

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Considerando come si concludeva il secondo anno di The Fall, le premesse per il nuovo blocco di episodi, che avrebbero dovuto portare a conclusione, se non la serie, perlomeno le vicende di Paul Spector, erano quantomeno interessanti. Le dinamiche, infatti, sarebbero cambiate per forza e trovare spunti adatti a trascinare il racconto per altre sei puntate non era impresa necessariamente banale. Col senno di poi, suppongo che sia possibile valutare quel che ne è venuto fuori dicendo tutto e il contrario di tutto. Quest’ultimo gruppo di puntate, infatti, è tanto fondamentale quanto superfluo. È un lungo girare in tondo e trascinarsi, oltretutto all’insegna dei ritmi blandi che hanno sempre caratterizzato The Fall, in attesa di una conclusione che, bene o male, poteva tranquillamente essere piazzata sei puntate prima. Ma, allo stesso tempo, è un lungo approfondimento su un personaggio, e sul mondo che gli gira attorno, grazie al quale si aggiungono contesto e sostanza agli eventi.

Va comunque detto che le idee su come eseguirlo, quel girare in tondo, non mancano. Allan Cubitt, che qui, come nel secondo anno, scrive e dirige ogni singola puntata, sfrutta la situazione di stallo in cui eravamo rimasti per raccontare in maniera minuziosa, approfondita, quasi stancante, le procedure mediche legate a due diversi personaggi e le metodologie d’indagine legate al montare il caso per un processo. È l’estremizzazione del procedurale, spalmata su più puntate senza alcun senso della misura o della vergogna, all’insegna di un tono che rimane sempre estremamente cupo, opprimente, denso, incapace di offrire il minimo barlume di speranza. Si trascorrono sei ore circa immergendosi nella melma emotiva con cui Paul Spector ha ricoperto se stesso e chiunque abbia toccato nel corso della sua vita e alla fine, ancora una volta, hai bisogno di riprenderti guardando una sit-com a caso.

Però, sì, rimane anche un po’ la sensazione che in un mondo ideale The Fall sarebbe stata una serie un po’ più asciutta, meno sbrodolata, serenamente riducibile a due sole annate. Di fondo, tutto l’approfondimento di queste ultime puntate è interessante e “gradevole”, ammesso che si possa considerare tale una serie così depressa e deprimente, ma è davvero un po’ superfluo. Si concentra soprattutto sulla figura di Spector e sul chiudere i vari fili narrativi, ma tutto sommato non aggiunge poi molto che non fosse già chiaro sul primo fronte e non compie un lavoro esattamente impeccabile sul secondo. Però non fa neanche disastri e, tutto sommato, offre altre sei ore di una serie ben realizzata e dalla qualità molto costante. E poi, insomma, il marito rabbioso si leva subito dalle palle, questo è sicuramente un pregio.

Comunque il Cubitt ha dichiarato che non si sente di escludere un ritorno della serie, magari fra qualche anno, quando la faccia di Gillian Anderson avrà completato la sua trasformazione in quella di Kirk Douglas.

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