Crisis in Six Scenes

Woody Allen si è avvicinato al mondo delle serie TV perché Amazon gli ha offerto un sacco di soldi per saltare la procedura tradizionale dell’episodio pilota e fare un po’ quel che voleva. Non sapeva in cosa stava andando a infilarsi, non aveva particolare dimestichezza col mezzo e non era neanche mosso da voglia smodata di cimentarcisi in maniera aperta e onesta, anzi, l’impresa non gli ha donato alcuna gioia, al punto che non glie ne frega nulla di sapere se la gente apprezza il risultato. Sono parole sue, eh: Amazon gli ha fatto un’offerta che non poteva rifiutare. E, per sicurezza, Allen lo ripete a chiare lettere anche in una delle prime scene di Crisis in Six Scenes, quando il suo personaggio, uno scrittore e sceneggiatore frustrato, ammette di aver accettato un incarico in televisione solo perché lo pagavano bene. Insomma, è tutto un mettere le mani avanti.

E a quel punto, di fronte al risultato finale, è difficile pensare che ci abbia provato e la serie non gli sia venuta particolarmente bene, è anzi molto più facile credere alle sue parole e dare per scontato che abbia veramente, consapevolmente, volutamente realizzato una cosa tirata via. Crisis in Six Scene è un film di Woody Allen minore e poco convinto, spezzettato in miniserie con, sì, un minimo di attenzione per dare ad ogni puntata una struttura da racconto seriale ma anche senza il minimo interesse a confrontarsi con il meglio che ci è stato offerto dalla televisione moderna. Anche perché, sempre a proposito di cose a cui è difficile non pensare, questo approccio all’insegna della sufficienza, a voler ben vedere, arriva nel contesto delle serie TV con episodi da venti/trenta minuti, che tante meraviglie hanno espresso negli ultimi anni, e in quello dei servizi di streaming che tanta libertà d’espressione concedono ai propri autori. E cadono ancora di più le braccia di fronte a una roba così tirata via.

Dopodiché, intendiamoci, non è che Crisis in Six Scenes sia una porcheria vergognosamente inguardabile. È comunque girato e fotografato in maniera ben superiore rispetto a quanto si meriti la sua scrittura così pigra, senza contare che, in mezzo a un cast che si divide tra la svogliatezza di Woody Allen e l’impaccio di Miley Cyrus, spicca qualche interpretazione di spessore, come quella di Elaine May. Inoltre, tutto sommato, la serie ruota a un’idea intrigante, dal bel potenziale, proponendo una sorta di critica all’attivismo degli anni Sessanta da parte di chi ci vede tanta gioventù modaiola, concentrato in un turbine di eventi all’interno di una singola casa. C’è qualche risata, nella seconda parte l’intreccio ingrana un po’, i personaggi sono simpatici e tutto sommato, complice la durata snella delle puntate, si arriva placidamente fino in fondo, ma si respira costantemente l’aria del Woody Allen svogliato e poco ispirato, che getta nel mucchio i suoi cliché senza dare loro alcuna vita. E insomma, ha fatto bene Amazon a ingaggiare un nome così di richiamo, ha fatto bene Woody Allen a staccare l’assegno, però, ecco, eh…

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