Io, Daniel Blake

È bello vedere che in mezzo a tanti registi che con l’età diventano sempre meno in grado di lasciare il segno ne spiccano alcuni che ancora sanno colpire con forza e lucidità. Io, Daniel Blake è il centododicimillesimo (circa) film di un ormai quasi ottantenne Ken Loach, gli è valso la sua seconda Palma d’oro ed è una bomba fortissima e lancinante, forse ancora più forte perché, pur essendo per molti versi il suo solito film, pare permeato da uno spirito lontano da quello del passato, meno rabbioso, meno aggressivo, quasi più rassegnato, sconsolato, scoglionato. È una storia ordinaria, che non sale quasi mai sul palchetto a fare la predica e lascia il segno per la semplicità, il taglio asciutto e l’umorismo con cui affronta situazioni devastanti nella loro pura normalità. Perché in fondo il problema sta proprio nel fatto che roba del genere è normale.

Da un lato c’è un uomo che, dopo aver lavorato duro per tutta la vita, finisce nel gorgo di una burocrazia pensata per schiacciare la gente, trattare le persone come zanzare fastidiose da seppellire sotto pratiche e documenti. Alle prese con un problema medico che gli impedisce di lavorare, ha l’ingenuità di pensare che il sistema di welfare serva per aiutare gente come lui e improvvisamente rischia di perdere tutto. Un uomo coi suoi limiti, ma dal buon cuore, il cui carattere e la cui situazione lo fanno sembrare quasi un santo, ma che in fondo è vicinissimo a quel genitore, quel nonno, quel parente che abbiamo tutti in famiglia. Dall’altro c’è una giovane madre che cerca disperatamente di mantenere da sola i due figli, va anch’essa incontro al sistema monolitico della burocrazia con la faccia di piombo impenetrabile e si ritrova sempre più ad agire fuori dalle regole del buon senso per tirare a campare.

L’incontro fra questi personaggi è il cuore del film e dà vita a una relazione di amicizia e affetto resa in maniera meravigliosa dalle performance senza freni dei due attori. L’abbacinante semplicità con cui Loach racconta il tutto, poi, trasforma Io, Danel Blake in un fortissimo cazzotto scagliato al rallentatore, che riempie d’angoscia più di tutti i film horror usciti nel 2016. La capacità di smorzare i toni con un senso dell’umorismo adorabile, un’amara voglia di far sorridere anche di fronte a situazioni insostenibili, fa poi da colpo di grazia, perché rende sostenibile il peso degli eventi, ti permette di seguire il film senza fuggire dalla sala urlando e ti prepara ai calci sulle gengive che arrivano puntuali. Insomma, nonostante un finale magari un po’ facile e prevedibile, per quanto comunque efficace, Io, Daniel Blake è uno tra i film più belli e forti dell’anno, altroché.

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