The Handmaiden

Nel suo ritorno al cinema orientale dopo l’esperimento occidentale di Stoker, Park Chan-Wook fa il giro inverso e trasferisce nella Corea occupata dal Giappone dei primi del Novecento Fingersmith, un romanzo ambientato nella Gran Bretagna vittoriana. La storia racconta di tre persone impegnate a cercare la fuga dai contesti oppressivi in cui vivono: Lady Hideko è cresciuta nella sicurezza dell’isolamento, Sook-hee è una donna libera di spirito ma limitata dalla sua condizione di povertà e il fantomatico Conte è un coreano che ha convinto gli invasori nipponici di essere uno di loro ma non si accontenta e vuole la libertà concessa dalla ricchezza. Le loro storie si intrecciano e si sviluppano attraverso le tre sezioni in cui il film si divide, più o meno come il romanzo, alternando i punti di vista sulla vicenda, svelando mano a mano segreti, colpi di scena e ribaltoni di prospettiva.

Tutto questo si sviluppa in un film per molti versi più leggero rispetto ai precedenti del regista, sicuramente nel tono, nei numerosi lampi d’umorismo e in un ritmo più sostenuto del solito, seppur sempre molto trattenuto e compassato. Si tratta di una leggiadria forse paradossale, considerando certi elementi del racconto, la natura completamente folle e sadica di almeno un personaggio e il senso di costante oppressione da cui i protagonisti cercano di fuggire, ma in fondo il suo fascino sta anche lì, nell’agio pazzesco con cui The Handmaiden riesce a mescolare melodramma, brutalità, suggestioni erotiche, umorismo e, per brevi tratti, perfino qualche lampo sanguinario. È un film dalla violenza meno esplicita rispetto a quello che magari uno si aspetta da Park Chan-Wook, che invece qui sembra aver deciso di preferire il sesso al sangue, ma è anche una storia dalla violenza tematica e psicologica strisciante, fortissima, capace di sgusciar fuori tra le pieghe della buffa vicenda romantica che coinvolge il trio di protagonisti.

È quel classico frullato di toni e stili così tipico di un certo cinema orientale, così come ha molto di quei territori l’approccio secco e senza vergogne al sesso, alla violenza e ai tratti più cupi dei personaggi, e come al solito può spiazzare, ma la struttura del racconto lo rende forse più digeribile che in altri casi. La girandola di colpi di scena è suggerita fin dai primi minuti, quando viene messo in chiaro che qualcuno sta ingannando qualcun altro, ma si rivela ben più fitta di quanto quel suggerire dica e dona alle vicende un taglio da thriller soffuso e appassionante. La bellezza stordente delle immagini, il fascino dei personaggi e la bravura degli attori, nonostante un vertice del trio sia all’esordio, fanno il resto e si sposano a meraviglia con i lampi di umorismo nel rendere le due ore e mezza di racconto scorrevoli e coinvolgenti. Come spesso accade in questo genere di storie, l’impeto si esaurisce quando ogni mistero è stato svelato e lascia addosso l’impressione che i minuti finali si trascinino un po’, ma è poca cosa in un film così affascinante e riuscito.

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