The Accountant

Gavin O’Connor non è esattamente un regista che la tocca piano. La sua cifra stilistica, in linea di massima, è quella dell'”apri tutto”, dello spingere a manetta sulla forza emotiva, sul sentimento, sul melodramma e, soprattutto, del farlo nella totale assenza di vergogna, in maniera sincera, verace. Ogni tanto butta lì anche qualche soluzione visiva interessante (tipo quella bella prima partita in Imbattibile), ma il cuore espressivo dei suoi film sta soprattutto lì, nell’emozione senza alcuna vergogna.  Inoltre, ha una passione per i drammi famigliari e i personaggi repressi, incapaci di esprimere ciò che hanno dentro se non attraverso l’azione e le pizze in faccia. Questi due aspetti della sua poetica conflagrano alla perfezione nella sua opera migliore, quella bomba di film sportivo che è Warrior, ma trovano agevole cittadinanza anche in The Accountant, un thriller d’azione con qualche grosso limite ma che, tutto sommato, mangia serenamente in testa a compitini poco ispirati come i nuovi Jack ReacherJason Bourne.

The Accountant, poi, azzecca il cast. Circondato da una serie di attori che fanno tutti il loro dovere in ruoli di contorno, si concentra su Ben Affleck, che in questo enorme contabile autistico addestrato per diventare arma mortale si trova perfettamente a suo agio. La fisicità è quella giusta e l’interpretazione, tutta giocata sul minimalismo e sulla sottrazione, con poco spazio ai manierismi da grosso dramma hollywoodiano, funziona a meraviglia. Il suo personaggio è un supereroe in abiti civili tanto quanto quelli di Tom Cruise e Matt Damon, è un uomo dalle azioni discutibili ma che segue un preciso codice d’onore e che nella sua vita ai margini (tanto dell’umanità, quanto della legge), ha saputo scavarsi una nicchia tramite cui sopravvivere nel mondo. La prima parte di film si incentra sulla natura tutto sommato interessante del personaggio e funziona molto bene, giocando di grana grossa ma raccontando in maniera piacevole il doppio mistero del suo passato e del suo presente.

Le cose si incagliano quando all’improvviso la sceneggiatura di Bill Dubuque (The Judge) sembra rendersi conto di dover fare luce su una backstory eccessivamente incasinata e non trova soluzioni migliori che abbandonarsi a uno spiegone interminabile Qui il ritmo crolla e The Accountant si ingolfa completamente su una lunga scena impacciatissima di gente che parla seduta in poltrona alternandosi a qualche flashback. È un peccato, perché fino a lì le cose vanno benissimo e tutto sommato poi il film si riprende con una bella scena d’azione finale, in cui la poetica della violenza sentimentale di O’Connor si impadronisce della storia attraverso una sparatoria forse un po’ debitrice nei confronti di John Wick, ma comunque riuscita. Se fosse stato più asciutto, The Accountant sarebbe da promuovere, magari senza entusiasmo eccessivo ma anche senza grosse riserve. Così com’è rimane comunque superiore ad altri film simili arrivati dalla Hollywood recente, ma lascia un po’ di amaro in bocca.

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