La ragazza del treno

La ragazza del treno è il libro che nell’estate del 2015 tutti leggevano sul treno, in metropolitana, in spiaggia (io) o, insomma, dove capitava. Il “caso letterario”, l’ennesimo. Chiaramente, non poteva mancare l’adattamento cinematografico, che prende il testo ambientato nei dintorni di Londra e lo sposta nei dintorni di Manhattan, conservando però un paio di attori con l’accento inglese per darsi un tono. Al di là di questa mossa territoriale, che per altro, ci dicono le vittime del Brexit, rende forse più credibile l’idea di qualcuno che da un treno riesce a spiare quel che fa la gente in casa sua, la chiave di volta del passaggio da cellulosa a celluloide stava nel riuscire ad adattare ciò che più funzionava nel libro: il montare del mistero giocando con la percezione del lettore, saltellando fra diversi momenti temporali e tre punti di vista appartenenti ad altrettanti personaggi femminili. Anche perché il resto, onestamente, era piuttosto piatto e prevedibile.

E insomma, non è andata benissimo. La sceneggiatura ovviamente semplifica un po’ il saltellare in giro del romanzo, ma nel farlo si perde per strada gran parte di ciò che faceva funzionare il giochetto, pasticciando in maniera goffa coi dubbi e non riuscendo mai a far salire davvero la tensione e il desiderio di capire cosa stia accadendo. Tate Taylor ci mette del suo con una direzione poco interessante, che invita paragoni improbabili con Gone Girl nel taglio visivo e nelle improvvise esplosioni di violenza della seconda parte, là dove comunque era forse inevitabile che saltassero fuori a causa di temi condivisi, fra tensioni domestiche e verità nascoste da svelare nella seconda metà del racconto. La sensazione che rimane addosso, però, è quella di un film impegnato a inseguire omaggi che non è in grado di permettersi e incapace di trovare una personalità sua.

Tiene in piedi la baracca il tris di attrici, tutte in forma smagliante e con il bonus non indifferente di bucare lo schermo come poche. Poi, certo, l’alcolismo messo in scena da Emily Blunt è il solito alcolismo hollywoodiano all’acqua di rose, con un personaggio che dovrebbe essere ridotto ai minimi termini e alla fin fine sta messo meglio di un qualsiasi adolescente sbronzo il sabato sera, ma insomma, è quel che passa il convento. E in ogni caso a lei va comunque meglio che a Haley Bennet, sorta di femme fatale spuntata alle prese con monologhi da macchietta, a Rebecca Ferguson, mamma soprammobile di contorno, e ai personaggi maschili, sagomati di cartone di puro contorno in una storia che vorrebbe giocarsi tutto sulle sue figure femminili ma non riesce a dar loro la profondità necessaria. Brave le attrici a cavare il sangue dalle rape, comunque scorrevole il film, ma La ragazza del treno è davvero poca cosa. L’ennesimo adattamento cinematografico senza nerbo di un libro che già in partenza non era certo un capolavoro.

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