Kubo e la spada magica

Quando si chiacchiera di cinema d’animazione occidentale contemporaneo, si parla soprattutto della quasi sempre affidabile Pixar e della (ormai neanche troppo) recente rinascita Disney, ma si tende un po’ a sottovalutare uno studio che, zitto zitto, con Kubo e la spada magica, piazza il suo quarto gran film consecutivo. Laika Entertainment e Aardman (e Tim Burton quando gli prende lo sghiribizzo) sono sostanzialmente gli unici a tenere ancora alta la bandiera dell’animazione in stop motion, cosa che li fa coccolare dagli appassionati ma diminuisce forse un po’ la loro attrattiva presso il grande pubblico. O magari è una questione di tematiche, di taglio cupo e spesso non accomodante, di rispetto nei confronti del proprio pubblico di grandi e piccini, voglia di stimolarlo e colpirlo senza trattenersi più di tanto.

Ed è soprattutto in questo, oltre che nella maestria allucinante con cui personaggi e ambientazioni prendono vita, che sta il fascino di Kubo e la spada magica, una storia di formazione e crescita per molti versi ordinaria nella sua progressione avventurosa ma che trova una forza rara nella personalità con cui viene messa in scena. Pronti via e abbiamo un bambino che ha perso il padre (e un occhio), vive con una madre in stato semi-catatonico, sopporta una condizione di pericolo costante per la propria vita generato dal resto della famiglia e fatica a inseguire la sua passione di cantastorie. Tutto viene gettato lì, con un piglio oscuro e opprimente, senza indorare la pillola in alcun modo, all’insegna della consapevolezza che i bambini sono in grado di capire e, al limite, sono i genitori che la vivono male. Giusto così.

Ma non manca anche lo spirito sognante e gioioso, seppur profondamente malinconico, nella trovata fenomenale di Kubo come artista da strada, che sfrutta i suoi poteri particolari per esibirsi di fronte a un pubblico adorante e raccontare una storia fantastica, quella del proprio padre perduto, appoggiandosi sulle sue capacità di narratore e sull’abilità di dare vita a fogli di carta, trasformandoli in origami animati. Si tratta di uno spunto clamoroso, da cui arrivano sequenze e idee travolgenti, che unisce la gioia dell’espressione creativa alla malinconia di una vita da orfano recluso e che introduce uno fra i temi del film, legato a una riflessione sulla potenza della narrazione e sul modo in cui le storie che raccontiamo e ci raccontano hanno la capacità di trasformarci e di creare legami fortissimi con le persone attorno a noi.

Questo avvio così stratificato ed emozionante lascia poi spazio a un classico viaggio avventuroso di formazione, redenzione e scoperta di se stessi, nel quale Kubo incontra compagni, risolve compiti, sconfigge nemici. Ordinario sotto molti aspetti, anche questo percorso trova la sua natura bizzarra e fascinosa nelle idee fuori dal comune, nella commistione di ispirazioni e nell’impatto emotivo della messa in scena, a cominciare dalla prima vera apparizione degli antagonisti, che ha un taglio ai limiti dell’horror, con due sorelle sovrannaturali uscite da un The Ring a caso. E si seguono avventure divertenti, ricche di trovate visivamente splendide come quella della nave di foglie, accompagnati da un cast di doppiatori in gran forma (perlomeno in lingua originale), con battaglie che trovano risoluzioni non necessariamente banali e un conflitto finale che si scioglie all’insegna della struggente speranza. Insomma, Kubo e la spada magica è un altro gran centro di uno studio che continua a non sbagliare un colpo.

1 commento su “Kubo e la spada magica”

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