Doctor Strange

Doctor Strange è la nuova storia d’origini dei Marvel Studios. È un film che racconta bene o male le solite cose, mantenendosi omogeneo in termini di direzione stilistica con il taglio fin troppo noto di questa serie di film, conservando il canonico mix di avventura, dramma, umorismo (seppur con meno battutine del solito) e cattivi promettenti ma sottosfruttati, andando a chiudersi sulla classica battaglia gigantesca con in palio il destino del mondo. Allo stesso tempo, però, è forse il film Marvel Studios dall’identità più particolare. È una specie di Iron Man in cui il protagonista arrogante ed egoista finisce per cambiare davvero e compiere un reale viaggio interiore. È un film Marvel che abbandona quella specie di “realismo” legato alla tecnologia e la butta totalmente per aria a botte di incantesimi e misticismo. Ha delle scene d’azione surreali, bizzarre, ingegnose, bellissime. Ed è, nonostante quell’uniformità stilistica di fondo, il film Marvel Studios (e, forse, la grossa produzione hollywoodiana recente) con la carica visiva più bizzarra, surreale, ricercata e sperimentale. Insomma, è una bomba e, se lo chiedete a me, è il miglior blockbuster dell’anno (certo, non è che quest’anno ci voglia molto, per esserlo).

La storia è semplice semplice e pesca a piene mani dai fumetti. Strange è un chirurgo brillante, di successo, arrogante e convinto di essere al centro del mondo. Si schianta con la macchina, si fa un bagno in mare e nell’umiltà, va alla ricerca di una cura per le sue ferite, scopre il multiverso e una nuova forma di se stesso, affronta il male in una gigabattaglia per il destino del mondo, vissero quasi tutti felici e contenti, tra accenni a un possibile sequel, rimandi ad Avengers: Infinity War e battutine su Thor: Ragnarok.  Ma è in come vengono raccontate le cose che i Marvel Studios hanno sostanzialmente rifatto la magia. Già con Ant-Man avevano trovato un bel cambio di passo, inseguendo il film di rapina con taglio da commedia e riducendo lo scontro finale a un conflitto famigliare giocato a bordo di un trenino in cameretta di una bimba. Qui spalancano le porte del fumetto Marvel più drogato e lisergico, trasportando sul grande schermo l’immaginario visivo dello Strange classico e introducendoci a un mondo largamente diverso da quello dei film precedenti, più fantasioso e sconfinato.

Se vogliamo vederla in maniera cinica, questo taglio così particolare, seppur inquadrato nei canoni, è chiaramente parte del necessario progetto di svecchiamento dell’universo cinematografico Marvel e introduzione di nuove possibili vie per il futuro. Ma nell’immediato, quel che conta è che l’anima surreale, visionaria e delirante di certe immagini dà al film una personalità fortissima, che funziona per davvero. Al gran lavoro svolto da Scott Derrickson (il cui background da regista horror, va detto, emerge poco) e dai team degli effetti speciali si aggiungono alcune belle intuizioni di sceneggiatura, per esempio nella maniera intelligente con cui si va a concludere la battaglia finale. Se già lo scontro è particolare e riuscito per le modalità dell’azione, a far da ciliegina sulla torta ci pensa una chiusura diversa dal solito e, per altro, molto in linea con le caratteristiche dello Strange fumettistico.

Qui è dove comincia la droga.
Qui è dove comincia la droga.

I due principali limiti del film sono quelli che alla fine ci aspettiamo tutti, anche se entrambi vengono smussati dall’ottimo lavoro in direzione opposta. Da un lato c’è, come detto, il senso di estrema familiarità, tenuto a bada dallo strepitoso taglio visivo ma comunque inevitabile in quella che è e rimane la storia d’origini numero cinque (o giù di lì) nel quattordicesimo film dell’universo cinematografico Marvel. Dall’altro c’è il fatto che, come al solito, il cast eccellente deve lavorare di carisma e interpretazione per compensare personaggi poco sviluppati. Stephen Strange ha dalla sua un Cumberbatch ottimo come al solito nel ruolo dell’arrogante faccia da schiaffi e l’Antico di Tilda Swinton si mangia prevedibilmente tutto, ma i loro sono gli unici due personaggi realmente approfonditi. Il resto del cast fa un’ottima figura perché gli attori sono bravi e carismatici e l’intesa fra tutti gira a mille, ma il Kaecilius di Mads Mikkelsen è l’ennesimo cattivo dal bel potenziale senza lo spazio per esprimerlo, mentre Rachel McAdams, Chiwetel Ejofor e Benedict Wong si rivelano campioni del mondo nella disciplina del cavare sangue dalle rape.

Però, ehi, le parti che funzionano lo fanno talmente bene da farti quasi dimenticare di quelle che non funzionano e, in generale, è bello ritrovarsi al cinema per un blockbuster americano che ha la forza di stupirti con la particolarità e la ricercatezza delle sue trovate visive. Da quant’è che non capitava? Non saprei neanche dirlo, ma alla fine la forza di Doctor Strange sta tutta lì. E, sì, in parte è un trarre forza dalla debolezza di ciò che lo circonda, specie in questo 2016 cinematograficamente così scalcagnato, ma ci mette anche molto di suo. E questo, dalla storia d’origini numero cinque (o giù di lì) nel quattordicesimo film dell’universo cinematografico Marvel, non era scontato aspettarselo.

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