BrainDead – Alieni a Washington

Cosa fai, subito dopo aver chiuso una fra le serie da network migliori e più acclamate del decennio, un “courtroom drama” politicheggiante che, pur fra alti e bassi, si è distinto per impatto drammatico, capacità di gestire romanticismo e commedia con grande equilibrio, grandissime interpretazioni, costante e sempre puntuale intrecciarsi con la realtà sociale, politica e culturale dei giorni nostri e un finale descrivibile, più o meno, come una scarpata sui denti? Facile, tiri fuori una miniserie di satira politica, che prende per il culo le elezioni statunitensi raccontando di formiche aliene che provano a invadere il pianeta mangiandosi il cervello degli abitanti di Washington D.C. e controllandone i corpi. Una scelta ovvia, lineare e che tutti si aspettavano. Bene così.

Se anche BrainDead fosse stata un disastro completo, sarebbe stato comunque impossibile non prenderla almeno un po’ in simpatia per il coraggio e l’ambizione dimostrati dai suoi creatori, i coniugi King. E, di certo, siamo ben lontani dal disastro completo, nonostante gli indubbi problemi, soprattutto nel trovare il giusto equilibrio fra i toni, tanto sul piano narrativo quanto su quello delle scelte visive. Lo spunto di partenza, ovviamente, era difficile da prendere troppo sul serio, e infatti la serie, nel corso delle sue tredici puntate, ha puntato moltissimo sugli elementi comici, a tratti anche demenziali, che inevitabilmente nascono da una premessa del genere. L’idea, semplice ma efficacissima, è che il rincoglionimento totale della politica americana contemporanea possa essere spiegato, per l’appunto, solo con un un’invasione aliena. Le fantaformiche arrivano, ti entrano nella testa, si mangiano pezzi di cervello, ne spingono fuori altri (dalle orecchie!) e a quel punto sei in loro potere, fai quello che dicono loro.

E quello che dicono loro è il caos, comportamenti assurdi, scelte paradossali, atteggiamenti esecrabili, a fare da copertura per le attività al contrario organizzatissime con cui stanno portando avanti il loro piano. Sotto questo punto di vista, la serie funziona benissimo, soprattutto nei purtroppo numerosi momenti in cui osservi un personaggio dire o fare cose impresentabili e poi ti rendi conto che l’altro giorno il Trump di turno si è comportato esattamente alla stessa maniera. Aggiungiamoci la trovata più forte, i meravigliosi, esilaranti, geniali riassunti cantati da Jonathan Coulton all’inizio di ogni puntata e possiamo tranquillamente dire che, sul piano della commedia, BrainDead sbaglia davvero poco. I problemi arrivano altrove.

Il continuo alternare di toni, con momenti drammatici, attimi di romantico melodramma e sequenze da thriller fantapolitico, non trova mai un grande equilibrio. Sebbene talvolta anche queste componenti funzionino bene, soprattutto grazie alla buona intesa fra gli attori e alla condizione di forma smagliante ostentata da Tony Shalhoub e Mary Elizabeth Winstead, c’è quasi sempre qualcosa che non torna, qualche comportamento poco logico, qualche filo narrativo abbandonato a se stesso, qualche incertezza di sceneggiatura che mina le basi del dramma. E il risultato è che BrainDead funziona davvero senza se e senza ma quasi solo nei momenti in cui la butta in caciara. Quei momenti, però, rendono la serie un vero spacco e le tredici puntate volano via in un amen. Poteva andare peggio.

A scanso di equivoci: “una fra le serie da network migliori bla bla bla” è The Good Wife.

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