Fear the Walking Dead – Stagione 2

La seconda stagione di Fear The Walking Dead era, teoricamente, quella in cui la serie avrebbe dovuto prendere il largo e decollare definitivamente all’insegna di una sua identità, che le permettesse di non limitarsi allo status di fotocopia della serie principale. Ora, al di là delle BATTUTONE legate al prendere il largo per una serie che trascorre una certa fetta di episodi mostrandoci i suoi protagonisti su uno yacht, diciamo che il risultato è stato raggiunto solo in parte. Da un lato, senza dubbio, l’ambientazione marittima prima, messicana poi, ha dato alle vicende un taglio abbastanza diverso da quelle di Rick Grimes e compagni, in aggiunta alla scelta di concentrare il racconto sulla storia di una vera famiglia, per quanto disfunzionale, che paga già dalla prima stagione. Dall’altro, in queste quindici puntate si ritrovano bene o male temi, pregi, difetti e scelte strutturali tipiche di The Walking Dead.  Non è necessariamente un bene o un male, ma certo in questo l’effetto fotocopia un po’ emerge.

Del resto, è anche inevitabile, perché in fondo di cosa vuoi parlare? Di sopravvivenza, del fatto che il vero pericolo è rappresentato dalle persone, più che dai morti ambulanti, di se, quanto e come delle condizioni estreme possono cambiarci e fino a dove possono portarci. Di buono c’è che l’ambientazione temporale permette di affrontare questi temi in maniera comunque un po’ diversa, mostrando le difficoltà di un mondo che sta cambiando, al quale non è ancora chiaro come sia necessario reagire, in cui gli uomini rappresentano una minaccia davvero preponderante rispetto a quella costituita dai non morti. L’altra similitudine netta sta nella scelta, già vista a più riprese dall’altra parte, di proporre una seconda metà di stagione che prende i personaggi e li sparge in giro, separandoli, proponendo tre o quattro filoni narrativi da seguire in maniera alternata. E se da un lato la cosa è affascinante e permette di approfondire bene o male tutti i protagonisti, dall’altro si tratta di un espediente che funziona probabilmente più per chi la serie se la guarda a maratona nel giro di pochi giorni (come ho fatto io), dato che seguirla una puntata alla volta significa veder sparire personaggi e situazioni anche per tre settimane consecutive. Ma insomma, non lo scopriamo oggi.

A far venire in mente la serie principale di The Walking Dead, poi, oltre all’ormai canonica scelta di regalarci un morto eccellente per ogni metà di stagione, è anche il livello molto altalenante delle puntate, con momenti altissimi (Grottesco è forse una fra le migliori puntate di The Walking Dead tutto) e diversi passaggi a vuoto. Se però la prima parte di questa seconda stagione, pur con diversi motivi d’interesse, non ha forse mai trovato il giusto ritmo e, anzi, ha rischiato di impantanarsi in una sorta di fattoria di Hershel versione 2.0, negli episodi successivi le cose sono andate molto meglio, c’è stato un bel crescendo, diversi personaggi hanno trovato il loro spazio e il finale di stagione non ha deluso. Inoltre, ho avuto l’impressione netta che gli sceneggiatori, slegati dalle manette del fumetto originale, si siano sentiti più liberi di percorrere strade un po’ diverse e, pur commettendo qualche passo falso, siano per questo riusciti a dare un bello sviluppo ai personaggi. Il viaggio sempre più rabbioso di Travis e del suo figlio ormai vero sociopatico sono forse i due archi narrativi più riusciti dell’annata, ma anche Nick e Strand si sono confermati i personaggi interessanti e riusciti che già erano nella prima stagione. E se perfino Madison si smuove dall’apatia e trova un senso nei suoi gesti inconsulti da madre in preda al panico, beh, forse ci sono davvero le basi per una serie interessante. Vedremo.

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