Captain Fantastic

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Captain Fantastic racconta una di quelle storie da film indipendente americano, fatte di gente bizzarra e fuori dagli schemi ma tanto adorabile, ormai cliché da Sundance Festival ai limiti dell’insopportabile. Riesce però a staccarsi abbastanza dalla norma nel taglio che decide di dare alla cosa, perché schiva i ghirigori visivi, non la butta quasi mai in farsa (anche se i momenti comici sono fra i più riusciti), non diventa mai patetico (anche se i momenti intensi non mancano) e soprattutto cerca di mantenersi credibile, realistico e asciutto nel mettere in scena i suoi protagonisti. Sottolinea anche quel che non funziona dell’approccio alla vita scelto da Ben, padre di famiglia che decide di far crescere i propri figli lontano da tutto e da tutti e cerca di non caratterizzare come macchiette stupide, malvagie o sbagliate tutti coloro che a questa scelta si oppongono, nonostante la prima impressione possa spingere in quella direzione. Insomma, prova ad essere un bel film, invece che solo una ruffianata.

La storia racconta di una famiglia che ha scelto di abbandonare la vita “regolare” cittadina per spostarsi prima in una fattoria e poi addirittura in una specie di installazione completamente isolata all’interno di una foresta in montagna. Qui la coppia cresce i sei figli insegnando idealismo, teorie intellettuali e sopravvivenza all’aria aperta. Leggono George Eliot e manuali di fisica quantistica, imparano a scalare  montagne, cacciare e combattere con il coltello, vivono in maniera completamente aperta, senza porsi problemi di linguaggio scurrile o di argomenti che i bambini “non hanno gli strumenti per comprendere”. Quando la madre viene a mancare, dopo una certa reticenza iniziale, Ben decide di portare i figli al funerale e improvvisamente esplodono le tensioni col resto della famiglia, le difficoltà nel far quadrare la differenza di educazione, il fatto che i sei ragazzi stanno crescendo fisicamente perfetti, acculturatissimi, ma totalmente incapaci di avere a che fare con altre persone, del tutto ignoranti su qualsiasi cosa non esca da un libro o dalle parole del padre.

La seconda parte del film diventa sostanzialmente un road movie, nel quale la famiglia di Ben si trova ad avere a che fare con il mondo là fuori e tutti i limiti di ciò che ha scelto di fare per i suoi figli vengono alla luce. Il film rimane, in linea di massima, “dalla sua parte” e sfrutta il viaggio per avventurarsi in una critica alle ipocrisie dello stile di vita moderno americano, ma mette anche Ben in grande difficoltà, trasformandolo allo stesso tempo in eroe e villain, dittatore in buona fede che non riesce a rendersi conto dei suoi errori fino a quando non rischia che diventino irreparabili. Un personaggio testardo, affascinante, interpretato da un Viggo Mortensen che così bravo non lo è forse mai stato, circondato da un cast in gran forma, che fa girare il film forse anche oltre i suoi comunque indubbi meriti.

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