Fleabag

Se cerchi la parola fleabag su Urban Dictionary, trovi un sacco di definizioni non proprio lusinghiere, talvolta accompagnate da aggettivi vagamente scurrili, che potremmo riassumere con uno slancio di generosità in “Persona dal comportamento discutibile”. Ma Fleabag è anche il titolo di un altro bellissimo tassello nel mosaico di serie televisive recenti da mezz’ora o giù di lì, commedie che sotto lo strato di risate piazzano dei contenuti tosti, intensi, profondamente umani, che sanno lasciarti lì di sasso mentre stai ridendo come un coglione.  È una sorta di adattamento televisivo che Phoebe Waller-Bridge ha tratto dal suo monologo teatrale, a sua volta nato da uno sketch di dieci minuti partorito per scommessa. Ed è una delizia esilarante e lancinante, adorabile, imperdibile.

Fleabag, durante le sei puntate che compongono la serie, non viene mai chiamata per nome. A dirla tutta, non viene mai chiamata neanche per soprannome, ma noi sappiamo che si tratta di lei e lei non ci mette molto a dimostrare di meritarsi l’appellativo. È un personaggio esuberante, apparentemente sicuro di sé fino allo sfinimento, che passa tutto il tempo abusando del prossimo suo e facendo commenti sarcastici al riguardo mentre si rivolge ammiccante al pubblico. È un modo di rompere il quarto muro che, ormai, pensavo mi avesse stancato, ma come al solito sta tutto nel modo in cui le cose vengono proposte: i continui ammiccamenti e le battutine sono perfetti per il personaggio, scritti a meraviglia, contestualizzati in maniera perfetta e, soprattutto, divertentissimi. Ma, ancora di più, tutti quei piccoli momenti in cui Phoebe Waller-Bridge non dice nulla, si limita a lanciare uno sguardo veloce verso la telecamera, strappano risate fulminanti, devastanti, che spaccano in due. Insomma, Frank Underwood puppa la fava.

Ma, dicevo, Fleabag non è solo risate, per quanto ce ne siano comunque in abbondanza. È anche e soprattutto una serie che sfrutta le sue sei puntate per proporre il ritratto di una persona profondamente autodistruttiva, la cui forza devastante colpisce chiunque le passi attorno, in un turbine che per altro la vede circondata da parenti, amici e conoscenti non proprio caratterizzati da gran statura morale. Fleabag è la storia di una donna che riversa sul prossimo suo (trovando terreno fertilissimo) tutto il peggio che ha dentro, nell’infruttuoso tentativo di lasciarsi alle spalle una tragedia. Ma la tragedia pian piano vien fuori e, quando lo fa, è attraverso il più classico dei colpi di scena che potevi intuire prima, forse avevi anche intuito, ma provoca lo stesso uno schianto devastante.

Fleabag è una commedia esilarante, perfetta nei tempi comici, nel lavoro di montaggio, nella scrittura e nella recitazione. Fleabag è un dramma straniante e a tratti lancinante, con personaggi ricchi, intriganti, che vanno oltre le macchiette inizialmente introdotte come pure gag e mostrano quanto sia impossibile sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni e al mondo che ti circonda. Fleabag è una bomba, adorabile, esilarante, straziante, fulminante, velocissima, che dura per sei puntate, sfugge via veloce come la luce e ti abbandona su quella deliziosa conversazione al tavolino di un bar. Potrebbe esserci una seconda stagione, potrebbe non esserci, speriamo di sì, o forse speriamo di no, in ogni caso va benissimo già così.

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