The Assassin

Nell’avvicinarsi a The Assassin ci vuole prudenza. Faccio un esempio semplice per spiegare cosa intendo: bisogna evitare di mettersi a guardarlo al termine di una giornata pesante, convinti che sia il film adatto per tenere gli occhi aperti durante una visione serale grazie alle sue scene d’azione. Sul serio, rischia di finire malissimo. Ed è bene adottarlo, questo genere di prudenza, perché The Assassin si merita l’attenzione che, per esempio, ha ricevuto l’anno scorso al festival di Cannes (premio per la regia). Però ci vuole forza e coraggio, perché Hsiao-Hsien Hou, di nuovo all’opera sette anni dopo Le voyage du ballon rouge, non concede nulla e va molto lontano dall’azione sfrenata ed estetizzante cui ci hanno abituato, nell’ultimo decennio, altri grandi autori di Cina e dintorni alle prese con il film d’azione e avventura storico, il wuxiapan che rappresenta un rito di passaggio tradizionale per quella cinematografia.

No, Hou sottomette il genere alla sua maniera di fare cinema, senza cedere di una virgola e andando dritto per la sua strada. La fonte d’ispirazione è un classico della narrativa d’arti marziale cinese (Nie Yinniang, risalente al nono secolo) che racconta le vicende di una donna strappata alla propria casa in tenera età, cresciuta come assassina, improvvisamente ostacolata nel suo lavoro dallo sviluppo di una coscienza. Questa base viene riletta in maniera libera per inscenare il solito racconto iper complicato da cinema di genere orientale, con cospirazioni, trame politiche e decine di personaggi gettati nel mucchio, ma quel che viene a mancare rispetto ai canoni è l’eccesso di melodramma e romanticizzazione.

The Assassin è un film statico e inquadratissimo, che racconta le sue emozioni senza mostrarle quasi mai, che tratta le scene d’azione come un elemento di secondo piano, facendo irrompere la violenza in maniera improvvisa ma spingendola poi sempre via, in disparte, negandole il centro del palcoscenico. L’assassina protagonista passa molto più tempo a osservare, studiare, squadrare le sue vittime predestinate dalla distanza, fra i rami, attraverso le pareti di carta, e quando colpisce è implacabile, elegante, eterea, inafferrabile e micidiale. Tutto questo viene messo in scena con ritmi dalla cadenza piombata, dialoghi che si trascinano dando un peso enorme alle parole, lunghi momenti di contemplazione e movimenti di macchina usati con estrema parsimonia. Insomma, non è un film facile da affrontare.

È però anche un film messo in scena attraverso il filtro di un gusto estetico pazzesco. Non c’è una singola inquadratura buttata via, ogni fotogramma è un quadro dipinto in maniera sontuosa, giocando con i colori, la composizione, i diversi tipi di cornice, a seconda delle necessità espressive del momento. Uno spettacolo per gli occhi, insomma, che apre una finestra su un mondo nascosto fra le pieghe del passato e di una cultura per noi aliena, raccontandolo con grande attenzione per il realismo, i meccanismi, le regole, e spingendo ai margini tutto ciò che ci si aspetta dal genere (fantasia, melodramma, umorismo surreale, pizze in faccia). Purtroppo manca un po’ quel che darebbe reale sostanza e profondità a un’operazione di questo tipo, perché i personaggi in ballo vengono tratteggiati come tante figurine vuote e non sembra esserci il desiderio di dare un peso alle loro vicende umane, sepolte fra le macerie della politica e delle regole di vita. Però, ehi, sono comunque due ore scarse di cartoline bellissime.

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