I magnifici 7

Progetto inseguito a lungo e finalmente centrato da parte del fanatico di western Antoine Fuqua, il suo I magnifici 7 è un remake che sulla carta poteva mirare più alto di numerosi altri: c’è un cast senza dubbio molto azzeccato e, per una volta, con un minimo di star power; c’è un regista solido, anche se con solo un grande film alle spalle; ci sono temi interessanti e che risultano particolarmente attuali. C’erano, insomma, le basi per tirare fuori perlomeno qualcosa di buono, se non di veramente grosso. E almeno in parte Fuqua ci riesce, perché il suo è un film divertente, ben confezionato, con un immaginario visivo che omaggia i classici, dei personaggi accattivanti e delle scene d’azione efficaci. Il che è ben più di quel che si può dire per tanti altri tentativi paragonabili, ma gli manca comunque quella scintilla in più e di certo gli sfuggono la carica del classico omonimo di John Sturges e la profondità dell’originale I sette samurai di Akira Kurosawa.

Da un lato, è un film che si fa voler bene, fosse anche solo perché di western dal cast nutrito non è che se ne vedano più molti, e quindi tendi ad accontentarti di un paio d’ore scarse di “quella cosa lì” fatta con divertimento e passione. Aggiungiamoci che il cast funziona, dà sostanza a un gruppo di personaggi cui è per questo facile affezionarsi, nonostante poi, di fondo, la sceneggiatura regali appena una spruzzata di approfondimento ai tre principali (Washington, Pratt, Hawke) e gli altri siano sostanzialmente Vincent D’Onofrio che fa il matto (per altro divertendosi e facendo divertire parecchio) e tre macchiette definite da etnie e modi di uccidere. Poi c’è Peter Sarsgaard, che fa un po’ storia a sé, lanciandosi in un cattivo talmente sparato a mille e sopra le righe che ci si stupisce per la mancanza di un baffetto da arrotare con la punta delle dita. Funziona ed è efficacissimo se piace quel genere di teatralità,  anche se appartiene forse a un film più sopra le righe e carico di questo (lo stesso da cui arrivano il personaggio di D’Onofrio e certi aspetti di quello di Chris Pratt, un film in cui si sarebbero potuti usare con meno timidezza i richiami al leggendario tema musicale di Elmer Bernstein).

Ma insomma, sul fronte degli attori non ci si può lamentare e in generale il film è ben confezionato, con un crescendo costruito bene e delle scene d’azione efficaci (anche non ci sarebbe stato male un po’ di sangue spruzzato da tutte quelle ferite d’arma da fuoco). Gli manca, si diceva, la voglia di approfondire i personaggi andando oltre alla loro bravura nell’ammazzare il prossimo (l’unico ad avere una qualche forma di storia che vada oltre due battute di presentazione è il veterano di guerra interpretato da Ethan Hawke) e gli manca la forza di fare qualcosina in più, di rielaborare in maniera moderna ed efficace i concetti più interessanti dei film precedenti, magari dando loro una personalità nuova. In questo senso, poi, l’aspetto più paradossale sta nel fatto che da un lato c’è un cast molto meno omogeneo e sicuramente più attuale nella sua composizione, ma dall’altro l’appiattimento del rapporto fra gli eroi e i paesani che chiedono il loro aiuto sa di occasione persa. Nel film di Sturges, a fare da vittime c’erano gli abitanti di un villaggio messicano, che andavano a cercare i loro salvatori a nord, negli Stati Uniti d’America. Quanto sarebbe stato puntuale, considerando l’attuale scena politica americana a base di muri, recuperare un soggetto del genere?

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