Trafficanti

Trafficanti si ispira a un articolo (The Stoner Arms Dealers: How Two American Kids Became Big-Time Weapons Traders, firmato da Guy Lawson per Rolling Stone nel 2011), che racconta la storia di David Packouz ed Efraim Diveroli, improvvisatisi trafficanti d’armi e capaci, sgomitando in maniera non del tutto legale, di conquistare uno fra gli appalti più ambiti offerti dal governo statunitense. Questa storia viene raccontata da Todd Phillips, che tutti noi conosciamo come il cantore dei rincoglioniti a stelle e strisce (Road Trip, Old School, Starsky & Hutch, Parto col folle, la trilogia di Una notte da leoni) ma che, e in questo lo conosciamo probabilmente molto meno, a inizio carriera era un documentarista underground molto apprezzato. Questa sua doppia anima d’autore, sulla carta, lo rende adatto ad inserirsi nel filone sempre più popolare dei film di denuncia che la buttano anche sul ridere.

Lo sa bene anche il reparto marketing di Trafficanti, che ha provato a vendere il film con un trailer in cui viene fatto passare per una commedia scatenata, basata su una storia vera e quindi con lampi di dramma e suspense, ma comunque sparata a mille, costantemente sopra le righe, piena di risate e, ehi, dal regista di Una notte da leoni. La verità è che il trailer racchiude praticamente tutte le gag di un film che per il resto, pur mantenendo senza dubbio un tono leggero e un taglio sopra le righe per quasi tutta la sua durata, si prende molto più sul serio e ha un piglio molto più da “raccontiamo una storia vera e facciamo denuncia” che da “ridiamo sull’assurdita di queste vicende”. Non che sia necessariamente un male, eh, anzi, se vogliamo è pure poetico, è una campagna marketing in linea con le personalità dei due protagonisti.

Il problema è che il film, a conti fatti, non riesce a far convivere fino in fondo le sue diverse anime, o comunque a farle funzionare tutte come dovrebbero. L’elemento comico funziona bene, vuoi perché Jonah Hill è in forma strepitosa, vuoi perché Phillips, non lo scopriamo certo oggi, sa gestirne molto bene i tempi e le situazioni. Ma si tratta, appunto, di un aspetto sorprendentemente minore e tutto il resto, per quanto realizzato in maniera competente e capace a conti fatti di dar vita a un film interessante e gradevole, manca della carica giusta. L’approfondimento dei personaggi lascia abbastanza a desiderare e se ci può stare per l’Efraim Diveroli di Hill, tratteggiato come figura enigmatica nelle emozioni e costantemente sparato a mille negli atteggiamenti, va meno bene per il David Packouz di Miles Teller, proposto come anima della faccenda ma trattato sempre in maniera molto superficiale quando si prova a dargli peso raccontandone il rapporto con la moglie.

Di nuovo: quel che c’è è dignitoso, ma è pochino, non basta e paradossalmente convince meno rispetto al lavoro sui personaggi che spesso Phillips ha condotto nei suoi film meno impegnati. Al di là di questo, Trafficanti manca di incisività, di forza, della cattiveria che ci vorrebbe per affondare il coltello quando serve. Gli aspetti più drammatici, thrilling o di denuncia ci sono tutti, il messaggio arriva, ma lo fa in maniera piatta e didascalica, senza mai colpire fino in fondo e senza neanche saper esprimere quell’estro e quell’inventiva che il film sicuramente insegue ma non trova mai fino in fondo. I modelli e i termini di paragone sono evidenti, ma il miglior Scorsese o anche solo l’ottimo McKay di La grande scommessa stanno in un’altra galassia. Ciononostante, Trafficanti è un film gradevole, dai temi importanti, che racconta argomenti affascinanti e che merita sicuramente una visione. Ma è anche un’occasione persa.

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