Demolition – Amare e vivere

Conobbi cinematograficamente Jean-Marc Vallée undici anni fa, quando mi ritrovai davanti così, all’improvviso, il suo C.R.A.Z.Y., durante la rassegna dei film del Festival di Venezia e mi innamorai perdutamente del modo incredibile in cui raccontava vent’anni di vita di una persona, la sua crescita, il suo rapporto coi genitori, la droga, il sesso e Patsy Cline. Poi, Jean-Marc lo persi un po’ di vista e me lo beccai nuovamente di fronte con Dallas Buyers ClubWild, due film molto belli ma anche molto distanti da quel colpo di fulmine di alcuni anni prima. Ecco, fra i motivi per cui Demolition mi è piaciuto e ha finito per piacermi forse più di quanto si meritasse c’è anche l’aver ritrovato, almeno in parte, quel Jean-Marc Vallee lì, la sua capacità di raccontare adolescenti tormentati e la forza che riesce a imprimere in piccoli dettagli, anche in un film per molti versi ordinario e risaputo.

Demolition parla della difficoltà nell’elaborare un lutto improvviso e travolgente. Davis (un ottimo Jake Gyllenhaal) si scopre totalmente passivo, apparentemente svuotato di emozioni, e sfoga l’accumulo per la perdita della moglie demolendo tutto quel che gli passa davanti da una parte, accanendosi sul malfunzionamento di un distributore di merendine in ospedale dall’altra, che affronta scrivendo a raffica lettere molto personali all’ufficio reclami. Ne nasce l’amicizia un po’ folle con una madre che in quell’ufficio ci lavora (Naomi Watts) e con il suo giovane figlio (Judah Lewis). Seguiranno momenti emotivamente forti, scene in cui Davis riesce ad esprimere le sue emozioni e balla per strada, attimi di poesia e tutta una serie di altre cose che ci si aspetta da un film del genere. Che, appunto, è per molti versi ordinario, risaputo e con quell’aria un po’ buffa/bizzarra da Sundance che ormai è maniera ai limiti dell’insopportabile. Epperò.

Epperò Demolition è anche un film con dei piccoli pregi grossi così, che sono magari una faccenda di affinità personale ma sono capaci di restarti dentro a lungo. Ci sono quei lampi del vecchio Vallée, quello capace di momenti visivi affascinanti e che sa ancora raccontare, seppur in piccolo e in una tasca secondaria del film, la storia di un giovane alle prese con l’adolescenza e la scoperta della propria sessualità. Ci sono alcuni brevi scambi fra Gyllenhaal e il sempre ottimo Chris Cooper, che esprimono un dolore impossibile con parole efficaci e devastanti. C’è un’amicizia fra uomo e donna che ha il coraggio di restare tale e trascinarsi fino in fondo senza cedere tutto sommato mai troppo al melodramma spinto. E c’è un bel senso dell’umorismo, che emerge fra le pieghe dei momenti più drammatici, proprio dove molti lo considererebbero di cattivo gusto. Insomma, c’è un bel film forte e intenso, purtroppo nascosto tra le pieghe di un film ordinario e risaputo. O magari è solo che ho voglia di vedere il bicchiere mezzo pieno.

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