Nerve

Al cinema, è abbastanza normale che gli attori interpretino personaggi di età diverse, non necessariamente allineate con la propria. È normale armarsi di trucco e parrucco per far finta di essere più vecchi, è normale (anche se un po’ buffo) quando un attore di una certa età si finge sensibilmente più giovane del dovuto ed è altrettanto normale (anche se talvolta molto buffo) quando un attore fra i venti e trent’anni si finge regazzino delle superiori. Soprattutto a quest’ultima cosa, nonostante non capiti sempre, ci siamo parecchio abituati, e del resto la mia generazione si porta ancora addosso i segni psicologici dei liceali stempiati e in crisi di mezz’età di Beverly Hills 90210. Ogni tanto, però, qualcosa non torna per davvero. Per esempio, in Nerve, c’è Emma Roberts nei panni di una barely legal a un passo dal diploma e, onestamente, per quanto lei abbia questo fisichino tutto piccolino che quasi ti ci fa cascare, non ha propri i tratti (e men che meno la voce) da ragazzina. Ma ad essere ancora più buffo o, al limite, inquietante, è la presenza del trentunenne Dave Franco nei panni del suo interesse amoroso dall’età non specificata.

Ora, non so voi, ma io, in linea di massima, se il film non mi offre mezzo elemento sull’età di un personaggio, tendo a dare inconsciamente per scontato che sia quella dell’attore. E quindi Nerve mi prende improvvisamente tutta un’altra piega ai limiti della denuncia per molestie su minori, mi immagino un futuro con Dave Franco segnalato su quelle mappe online dei sexual offenders e volo col pensiero a tematiche toste che, ovviamente, non hanno alcun diritto di cittadinanza in un film scemotto, semplice semplice e che mira al puro intrattenimento. Centrandolo anche abbastanza. Inoltre, tutto quanto scritto fino a qui può suggerire due cose: la prima è che sono padre di una bimba, suppongo, ma la seconda è che Nerve non offre particolari appigli di approfondimento e quindi mi sono ritrovato, come mio solito, a partire per la tangente.

Ecco, per dire, qui era effettivamente minorenne.
Ecco, per dire, qui era effettivamente minorenne.

Ad ogni modo: stiamo parlando del nuovo film di Henry Joost e Ariel Schulman, due fissati con social media, videochat e qualsiasi altra cosa si usi per comunicare su internet, che dopo essersi fatti notare con il cult Catfish, hanno diretto due Paranormal Activity e hanno poi deciso di regalarci il loro film probabilmente meno ambizioso e particolare (e no, non sono quelli di Unfriended, ma capisco l’errore). E se sei meno ambizioso e particolare rispetto al terzo e al quarto Paranormal Activity, non ti stai presentando benissimo, ma la verità è che Nerve è un film gradevole, divertente e ben realizzato, magari un po’ troppo gggiovane nel linguaggio e nei temi perché io possa godermelo fino in fondo, ma insomma, sono sopravvissuto. Racconta di gente tirata in mezzo a un gioco d’azzardo online di “truth or dare” in cui c’è solo il dare (o di “dire, fare, baciare, lettera o testamento” in cui c’è solo il fare) e nel quale le cose si fanno velocemente illegali e/o pericolose, lo fa tirando dritto fino alla fine in maniera pulita e abbastanza divertente.

Gli attori si comportano bene, anche se l’immaginario costruito negli anni dai due protagonisti mi ha richiesto una buona mezz’ora per iniziare a crederci. Del resto, Dave Franco fa bene o male sempre la spalla comica e/o lo sfigato del film e/o la carta da parati, quindi vederlo come il figaccione misterioso è un po’ strano. Ed Emma Roberts, dopo tot film e telefilm in cui mi ha abituato a un’immagine da stronza dell’anno, oh, nel ruolo della ragazzina tutta timida e paurosa suona proprio male. Ma son dettagli e, anzi, tutto sommato, bravi loro che pian piano riescono a convincere abbastanza. Più in generale, Nerve è un filmetto, stupidino, esile e senza particolari pretese (a meno di volerci per forza leggere chissà quale profonda critica sociale sui giovani d’oggi attaccati allo smartphone), e ha pure un certo eccesso di svolte conclusive a base di interventi magici da parte di hacker che fanno cose da hacker e quindi tutto a posto, eppure scorre via in maniera gradevole e lascia addirittura addosso un piacevole senso di freschezza, nella sua banale prevedibilità. Perché? Perché una volta tanto un filmetto americano non ti dà la sensazione di stare guardando una roba messa assieme a cazzo di cane scrivendo la sceneggiatura quando avevano girato già mezzo film, stravolgendo tutto  perché così gira ai produttori e infilandoci cose a caso con la mente rivolta a dodici possibili seguiti. Pare poco ma, ehi, a settembre 2016,  rischia di essere molto.

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