Lights Out: Terrore nel buio

Le vie della distribuzione sono infinite e fanno sì che in Francia, mediamente, la roba esca più o meno in contemporanea con il resto del mondo, quindi prima che in Italia. A volte anche molto prima, tipo il nuovo Spielberg che in Italia ci arriva a gennaio, suppongo perché lo considerano film di Natale ma a Natale c’è Star Wars. Ogni tanto, però, il gioco si ribalta e, nonostante mediamente gli horror in Italia arrivino con mesi o anni di ritardo, capita quello che esce nello stivale assieme al resto del mondo, settimane o mesi prima che in Francia. Whatever. Poi ci sarebbe da chiacchierare di titoli e sottotitoli, ché in Italia ci si lamenta ma spesso pure in Francia tirano fuori capolavori d’arte contemporanea. Il punto, però, è che ieri sono andato a recuperarmi Lights Out e oggi vorrei cogliere l’occasione per scrivere due righe al riguardo, ma davvero, che vuoi scriverne? Intanto mettiamo il cortometraggio originale, che fa colore.

Insomma, è l’ennesima storia di regista che si fa notare con un cortometraggio particolarmente riuscito (e particolarmente apprezzato sull’internet, con tanto di parodie che finiscono per diventare più famose del cortometraggio diffondendosi sui social network) e a cui vengono dati i soldi per stiracchiarlo e trasformarlo nel suo film d’esordio. Il regista in questione è David F. Sandberg, i soldi ce li hanno messi un po’ di soliti noti, fra cui James Wan, e il risultato è un film che riesce nel miracolo di allungare la faccenda fino quasi a un’ora e mezza senza aggiungere poi molto che vada al di là del minimo sindacale ma divertendo comunque senza pretese dall’inizio alla fine. Sicuramente aiuta la prudenza nella durata e incredibilmente le parodie non hanno fatto troppi danni. Ne metto comunque una qua sotto, la prima che m’è spuntata cercando su Google, per completezza.

Il limite del film, o magari il pregio, dipende un po’ da come la si vuole vedere, sta nel fatto che Sandberg non è andato veramente oltre allo stiracchiare la sua (bella) idea fino alla durata minima richiesta per uscire al cinema. Certo, ci ha aggiunto una storia un po’ confusa sulle origini del mostro e ci ha infilato una spolverata essenziale di tematiche a metà fra l’inevitabile paura del buio e un azzeccato giocare con quanto possa essere destabilizzante la perdita di fiducia nei confronti della propria madre, ma non si va veramente oltre. Si parte con una sequenza che pompa di steroidi il cortometraggio (regalando una comparsata all’attrice che ne fu protagonista) e poi si procede spediti accumulando una scena di paura dietro l’altra (quasi tutte abbastanza efficaci) e tutto sommato riuscendo a far funzionare le cose fino quasi al gran finale, quando inevitabilmente il casino esplode e la tensione crolla un po’. Gli attori fanno quel che possono con materiale scarso, ma alla fin fine non importa: è un film da pizza, birra e casino (o, nel mio caso, sala piena di tredicenni che urlano isterici a ogni “Buh!”) e in quel contesto funziona a meraviglia. In più Sandberg, nel giocare fra luci e ombre, mostra comunque qualche lampo di buon talento visivo e viene da sperare che adesso gli diano in mano una sceneggiatura con qualcosa da dire.

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