Jason Bourne

Sui titoli di coda di Jason Bourne, come al solito, si ascolta Extreme Ways di Moby. E come già era successo per i tre film precedenti, si tratta di una nuova versione, un riarrangiamento tirato fuori per l’occasione. Che è un po’ quel che si potrebbe dire anche di Jason Bourne, in effetti. Dopo svariati anni nei quali Matt Damon e Paul Greengrass hanno temporeggiato dichiarandosi amore a botte di “Torno solo se c’è lui” e ostentando prudenza in stile “Non so, abbiamo detto tutto quel che c’era da dire, magari se c’è la sceneggiatura giusta… “, alla fine la coppia d’oro ha deciso di tornare sul luogo del delitto, nonostante, oh, non è che ‘sta sceneggiatura sia poi così fenomenale. Ma probabilmente era troppo irresistibile la tentazione di far presente a Jeremy Renner che, per quanto ci provi, non ce la può proprio fare a prendersi un franchise e farlo tutto suo.

Fatto sta che il nuovo Bourne è, fondamentalmente, il vecchio Bourne, nel bene e nel male, senza poi troppi sforzi per fare qualcosa di realmente nuovo, senza neanche quel minimo sindacale di puntare un po’ sugli anni che passano e la ruggine che si accumula. No, nulla, quasi un decennio dopo, Jason si ripresenta più cazzuto che mai, facendo il suo esordio come se fosse un boss di Street Fighter, che arriva e risolve un perfect match scatenando una super sul suo incauto sfidante. Ma in fondo va bene così, perché l’idea è un po’ quella, il tornare a casa e godersi una nuova avventura di quel personaggio, con quelle situazioni, con quell’atmosfera, quelle musiche, quel Tommy Lee Jones a sostituire Brian Cox e David Strathairn e quel modo di dirigere l’azione che ha (purtroppo) fatto scuola e ha scatenato un’impennata nelle vendite di Travelgum.

E qui si potrebbe aprire una parentesi sul fatto che, è inutile, io proprio non riesco ad amare lo stile di Greengrass, così movimentato, scatenato, frenetico e tutto a base di tremolii e montaggio frenetico. Intendiamoci, è una roba realizzata in maniera pazzesca, non c’è davvero nessun altro che la fa così bene e il vero problema sono tutti quelli che si sono messi in coda a lui senza esserne all’altezza. Ma non ci posso fare niente, preferisco e preferirò sempre l’azione ripresa in maniera pulita, ampia, leggibile e con al centro delle mazzate gente che sa tirarle. Poi, oh, è un problema mio, me ne faccio una ragione, e comunque le scene action di questo film sono eccellenti, anche se si potrebbe discutere del mega inseguimento a Vegas. Non tanto della sua impossibilità pratica in un mondo reale in cui quella strada è costantemente bloccata dalle code, quanto di come lo stile di Greengrass possa essere adatto a una coreografica talmente casinista che starebbe bene in un Fast & Furious. Ma insomma, chiudiamo la parentesi.

La sostanza è che si tratta di un film solido, divertente, ben confezionato e che fa sicuramente il suo dovere se, dieci anni dopo, hai voglia di guardarti un altro di quei Bourne lì. È tutto molto prevedibile, dal destino di una certa faccia nota che fa capolino in avvio, al mazzetto di doppi e tripli giochi che agitano i colpi di scena del gran finale, ma è quel prevedibile rassicurante e che non fa danni. È ovviamente tutto intrecciato con i temi della privacy che dominano il mondo della sicurezza attuale, e va bene così. Ha un cast assolutamente in parte e che fa quel che deve fare in maniera ottima, compreso un Vincent Cassel sorprendentemente adatto al ruolo e al film. Insomma, è il nuovo Bourne della coppia Greengrass/Damon. In effetti, bastava dire questo.

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