Paradise Beach: Dentro l’incubo

Paradise Beach: Dentro l’incubo è [inserire pippone sui titoli scelti dai responsabili degli adattamenti italiani anche se, per carità, capisco che The Shallows possa sembrare una roba illeggibile] ed è sostanzialmente un film riassumibile come “Blake Lively contro uno squalo”. Non c’è praticamente nient’altro, al di là di qualche comparsa pronta per essere masticata, delle inevitabili ampie inquadrature sugli scenari da sogno in cui è ambientato il film e di quel minimissimo sindacale di background sulla protagonista, giusto per dare un pizzico di spinta emotiva e tematica al tutto. Fine. Nient’altro. Dura un’ora e mezza scarsa e racconta di una bionda texana che cerca di sopravvivere all’incontro con uno squalo grosso tra le onde che s’infrangono su una spiaggia messicana. Ed è proprio per questa sua totale assenza di pretese che vadano al di là del puro intrattenimento che è un film bello, riuscito e divertente.

La storia, sul serio, è tutta lì: Bionda ha dei motivi precisi (il background di cui sopra) per andare a infilarsi in quella spiaggia specifica che conoscono in cinque, Bionda va in spiaggia, Bionda fa surf per una giornata circa ed è bellissimo, Bionda sta per tornare a riva e un delicatissimo morso alla gamba le fa presente che può scordarselo. Da lì scatta un’oretta di lotta per la sopravvivenza a base di alta e bassa marea, scogli che offrono salvezze fugaci, tentativi di curarsi le ferite con quel che c’è sottomano e, ovviamente, lampi di speranza che si manifestano nella mezz’ora finale. Blake Lively ci si mette di impegno e, come si dice sempre in questi casi, regala una performance fisica di spessore, tutta sofferenza, rantoli, fatica e sangue. Poi, certo, le mancano il carisma e le doti attoriali che servono per tenere in piedi un film da sola, ma per fortuna questo non è Cast Away e non è nemmeno All Is Lost: quel che conta è avere lo stato di forma giusto in avvio e farsi ridurre ai minimi termini dal reparto trucco nella parte finale.

A tenere in piedi la baracca, tanto, ci pensa Jaume Collet-Serra, uno che magari non si sceglie sempre le sceneggiature migliori, ma che sa dirigere con mestiere e quando ha per le mani idee azzeccate o concetti che funzionano li sfrutta come si deve. E infatti stiamo parlando di un film semplice, per nulla ambizioso, anche abbastanza scemo in certe trovate, ma che fa benissimo il suo dovere: intrattenere giocandosi tutto su ritmo, tensione dettata da un contesto tremendo e regia efficace. Insomma, The Shallows è un film essenziale, asciutto (badum tish!) e divertente, che fra l’altro ha pure il merito di ricordarci, dopo un decennio di squali dementi fatti con quattro soldi in zona Asylum, quanto quella creatura possa essere fica al cinema se la prendi almeno un pochino sul serio e ci investi un po’ di soldi.

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