The Legend of Tarzan

Tarzan, nel 2016, si porta forse un po’ dietro la stessa sfiga di John Carter, il suo aver fatto da base e da fonte d’ispirazione per talmente tante altre cose che ormai finisce per risultare inevitabilmente moscio, spento, già visto mille volte, inutile e banalotto. Guillermo Del Toro non la pensa così e tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, avrebbe dovuto occuparsi di questo tentativo di rilancio. Solo che poi il tentativo è passato per le mano di Stephen Sommers (non proprio sullo stesso livello) e si è infine accomodato in grembo a David Yates, cui Warner ha concesso un’ora d’aria per girarlo prima di chiuderlo nuovamente nella sua prigione a base di Harry Potter e derivati. Il risultato è un filmetto di poco conto, un’avventurona molto tradizionale, tanto nella sua natura semplicistica e pulp quanto nell’accomodarsi fra le pieghe della solita struttura da blockbuster hollywoodiano recente (sono perfino riusciti a infilarci il solito finale in cui salta tutto per aria!).

Nel ruolo del protagonista c’è quel bestione nordico di Alexander Skarsgård, che tanto si era già abituato con True Blood a trascorrere il suo tempo sul set costantemente a torso nudo. Il suo è un tarzan ruvido e malmostoso, costantemente imbruttito e impegnato a fare gli sguardi torvi, sempre inquadrato dal basso per sottolinearne l’imponenza, capace di estrarre un sorriso solo quando torna a scatenarsi nella sua amata giungla africana. Il film, infatti, affronta la storia d’origini provando a girarci attorno, avviandosi con Tarzan e Jane già accomodati nella civiltà, tirando fuori un pretesto per spingerli nuovamente all’avventura e raccontando il loro primo incontro per mezzo di flashback che sulle prime sembrano una buona idea ma sulla distanza si fanno insistenti e ridondanti (senza contare che l’effetto visivo di ringiovanimento applicato ai due è tremendo). Per il resto, tutto ruota attorno a un tentativo magari anche interessante, ma poco convinto e poco riuscito di mediare fra spirito avventuroso e smitizzazione, affrontando anche in maniera timida gli inevitabili anacronismi che una storia del genere si porta dietro nel 2016.

Tarzan lancia il suo urlo caratteristico e si getta nelle note evoluzioni improbabili con le liane, ma allo stesso tempo ironizza sulla sua capacità di parlare con gli animali, mentre un po’ tutto il film cerca di giocare su questo tono a metà fra la commedia e il dramma avventuroso dal tono cupo e realistico, trovando però di rado il giusto equilibrio. Funziona, o non funziona, allo stesso modo sul fronte delle tematiche, con una storia che si immerge fra le nefandezze commesse dal Belgio in Congo e mescola fatti storici e finzione, piazzando nei panni di persone realmente esistite Samuel L. Jackson (George Washington Williams) e Christoph Waltz (Léon Rom). Il problema è che è tutto tirato via, Jackson e Waltz si limitano al compitino regalando le loro macchiette standard e per ogni cliché neutralizzato se ne manifestano almeno due che vanno nella direzione opposta.

Tutto questo avrebbe il sapore dell’occasione sprecata ma non sarebbe necessariamente un grosso problema se The Legend of Tarzan funzionasse a dovere come film d’azione e d’avventura. Purtroppo, sotto questo punto di vista, è tutt’al più dignitoso, realizzato con mestiere, abbastanza simpatico quando Samuel L. Jackson dà il meglio nel suo ruolo di spalla comica (a proposito di cliché… ), scorrevole ma neanche per un secondo entusiasmante quando la butta sullo spaccatutto. A peggiorare tutto ci pensano degli effetti speciali interamente realizzati al computer, con neanche mezzo animale vivo che passi qualche secondo sullo schermo, senza però la qualità pazzesca messa in mostra da film come Apes Revolution. Non hai mai, neanche per un attimo, l’impressione che Tarzan stia davvero interagendo con degli animali e questo, onestamente, ammazza un po’ tutto.

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