The Conjuring – Il caso Enfield

The Conjuring – Il caso Enfield  è un seguito fotocopia, fatto a modino, con tutte le sue cose al posto giusto e che non ha proprio intenzione di differenziarsi dall’originale, se non nel minimo sindacale dato dalla maggior convinzione sul fronte degli effetti speciali, dalla tendenza a rifare tutto un po’ più grosso e da velatissimi ribaltamenti di ruoli. A tratti sembra veramente di guardare lo stesso film, solo col volume più alto: un prologo incentrato su un caso che avrà ripercussioni nella storia principale (nel primo film fu la bambola destinata a conquistarsi uno spin-off, qua si omaggia l’indagine più famosa dei coniugi Warren in quel di Amityville… ma si buttano comunque i semi per un altro spin-off); una casa infestata che si svela pian pianino; una certa attenzione nell’approfondire il lato umano delle vicende, tanto per le vittime quanto per gli investigatori dell’occulto; un taglio da horror vecchio stile come non se ne fanno (facevano?) più; un finale in cui la tensione cala le braghe in nome di spettacolo ed effetti speciali. Se quel che si cerca è un more of the same realizzato con un pizzico di gusto, insomma, bene così.

Il rovescio della medaglia, chiaramente, sta in una sensazione di già visto talmente forte da far pensare a un glitch nella matrice, ma va detto che non è figlia solo della natura da seguito automatico e prudente. Se da un lato è vero che James Wan e compagni hanno fotocopiato il primo film e non si sono impegnati a infilarci trovate nuove, idee originali o twist che andassero al di là del mettere un po’ più al centro dell’azione Patrick Wilson rispetto a Vera Farmiga, dall’altro la sensazione di fotocopia sbiadita sarebbe stata forse inevitabile anche davanti a un seguito più coraggioso. In fondo, tre anni dopo, il filone (ri)lanciato da Wan con il primo episodio e con Insidious è ormai consolidatissimo e non è possibile mantenere la sensazione di freschezza che accompagnava questa specie di modernizzazione dell’horror classico, fatta di case infestate, buon lavoro sull’accumulo di tensione a favore di “buh”, approfondimento dei personaggi sopra alla media del genere, ironia delicata e piazzata nei punti giusti. C’è tutto, è tutto quel che serve, ma è tutto già visto.

E, a dirla tutta, è un già visto in decenni di storie da case infestate, senza mezza invenzione che abbia il coraggio di allontanarsi davvero dal solito canovaccio. Insomma, sul fronte delle sorprese, siamo allo zero assoluto. In tutto questo, però, va anche detto che Wan continua a saper fare il suo mestiere molto bene. The Conjuring – Il caso Enfield è sicuramente un seguito banale, ma il suo compitino lo svolge come si deve.  C’è atmosfera, ci sono effetti speciali più curati (ma anche più sbracati nell’ostentazione) rispetto a quelli di tre anni fa, c’è talento nel piazzare e muovere la macchina da presa, per esempio in quei lunghi movimenti di macchina iniziali, che raccontano gli spazi della casa illustrandocene ambienti e dinamiche come pochi registi horror contemporanei si prendono la briga di fare. Ci sono un paio di sequenze che fanno cagare sotto per davvero, ci sono tanti “buh” ben piazzati, c’è una coppia di protagonisti affiatati, efficaci e dalle facce meravigliose, che funzionano alla perfezione.  Poi, sì, ci sono anche diverse cose che non funzionano e magari non c’era proprio bisogno di farlo durare due ore abbondanti, ma avercene, di horror “alimentari” realizzati così.

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