Flaked – Stagione 1

Flaked è un po’ il riassunto di quello che per me è ormai diventato lo stereotipo delle serie prodotte da Netflix: interessanti, di personalità, con aspetti riusciti, ma spesso goffe a livello strutturale, incapaci di gestire a dovere la libertà di tempi e modi concessa dal contesto produttivo, prede di una logorrea che fa loro solo male. Poi, certo, è una visione un po’ forzata e parziale, fosse anche solo perché sono ben lungi dall’aver visto tutto quel che è stato prodotto dal servizio di streaming americano, ma che ci posso fare, tende a valere per tutto quel che seguo. Anche nelle serie più riuscite, anche in quelle che più mi convincono, ci trovo sempre questo problema di gestione sbagliata dei tempi, tanto nelle singole puntate quanto nella visione d’insieme delle stagioni. No, non è vero, mi sa che in Love questo problema non ce l’ho trovato. Il che tra l’altro è paradossale, considerando che di solito Judd Apatow è sinonimo di logorrea. Ma insomma, non sottilizziamo, altrimenti devo cancellare tutto ‘sto paragrafo e non so da dove cominciare.

Per qualche motivo – sarà che arrivavo appunto dall’entusiasmo per Love, sarà che c’è Will Arnett – avevo grandi aspettative per Flaked. E quindi ci sono rimasto un po’ male, quando mi sono trovato davanti a una serie dagli spunti interessanti ma con tante cose che non funzionavano, una scrittura che ad esser buoni puoi indicare come fra il mediocre e l’altalenante e quella sindrome un po’ fastidiosa da puntate che durano mezz’ora, sarebbero decisamente più godibili se durassero venti minuti e, cacchio, già se levassi un etto di inquadrature su quant’èbbella Venice Beach e mezzo chilo di Arnett in bicicletta sarebbe un bel passo avanti. E poi mamma mia quanto fa cacare la sigla di testa. Eppure, eppure c’è qualcosa di bello, in Flaked, qualcosa che mi ha lasciato addosso una discreta voglia di guardarmi un’eventuale seconda stagione. Discreta, eh, mica esagerata. Una voglia un po’ buttata lì, scazzata, poco convinta ma comunque reale, o magari menzognera, di quelle che nascondono il vino in frigo sotto falso nome. Ops, spoiler.

Come mai? Di certo non è il fascino esercitato dai personaggi, una banda di stronzetti non abbastanza ricchi per essere protagonisti di un film di Wes Anderson ma non abbastanza poveri per farsi ben volere nelle loro tragedie da primo mondo. Tanto più che, diciamocelo, l’unico personaggio vero è Chip, il protagonista, mentre gli altri si dividono fra paia di gambe, figuranti di pura funzione e le solite macchiette pazzarelle di contorno che neanche fanno troppo ridere. E, a proposito, non è certamente per il senso dell’umorismo, di gran lunga la parte meno interessante e meno efficace di Flaked, con quel turbinio di gag che ti lasciano lì con dipinto in faccia un “A-ha” e l’occhio a mezz’asta. Eppure c’è qualcosa.

Magari è la coerenza con cui si cerca di schivare alcuni cliché (Heather Graham che non si spoglia, ormai, è come Sean Bean che non muore). Magari è il fatto che, dopo un inizio abbastanza spento e prima di un finale poco convincente, c’è un blocco centrale di belle puntate. Oppure è la scelta di avere un protagonista stronzo per davvero, che qua e là prova a non esserlo, che sembra in procinto di compiere il solito viaggio di redenzione, che a un certo punto ti svela pure il gesto da gran signore nascosto nel suo passato, ma alla fin fine decide di chiuderla mostrando il suo lato più squanfido. Di certo non è per le le varie svolte drammatiche improvvise che paiono uscite da un incubo di M. Night Shyamalan. Non lo so. Non lo so cosa sia, ma rimane che mentre lo guardavo, Flaked, mi lasciava immerso in una sorta di gradevole indifferenza, con qualche tonfo di “No, dai” e qualche punta di “Ah, però”, ma oggi, a mesi di distanza, tutto sommato il ricordo è abbastanza positivo. Forse. Quasi. O forse no. Vai a sapere.

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