Penny Dreadful – Stagione 3

La terza stagione di Penny Dreadful, tanto vale dirlo subito, non è complessivamente all’altezza delle prime due. Intendiamoci, ha dei momenti altissimi, Un filo d’erba è fra le migliori puntate della serie in assoluto (come del resto lo sono state anche negli anni scorsi quelle dedicate al passato di Vanessa Ives), nonché il momento in cui la stagione finalmente decolla per non fermarsi più, e la serie si conclude in maniera coerente e azzeccata. Però manca quella pazzesca costanza qualitativa forse irripetibile dei primi due anni. Per dirne una, la puntata iniziale è davvero goffa nello svolgere il suo lavoro di “Dove eravamo rimasti?” e anche le due successive, prima appunto del decollo segnato dalla quarta, sono lente, fumose, affaticate nello stare dietro ai vari personaggi. Inoltre, l’impressione è che quell’equilibrio così delicato, e così perfetto nei primi due anni, fra melodramma, natura macchiettistica della premessa e strizzatine d’occhio, non venga qui sempre raggiunto, con momenti davvero poco riusciti. È proprio il tirare di gomito che, secondo me, diventa troppo forte e sottolineato, si fa un po’ prendere la mano e perde la sorprendente eleganza degli anni passati. Però, ehi, sto anche un po’ cercando il pelo nell’uovo.

Alla fin fine, la verità è che questa terza stagione lascia comunque addosso un ottimo ricordo, grazie a quel paio di puntate centrali pazzesche e tutto sommato anche grazie alla decisione, strappacuore ma giusta e coerente, di chiudere tutto qui, dando vita a un crescendo conclusivo notevole ed emozionante. Il bello di Penny Dreadful, il motivo per cui una roba tanto assurda funziona così bene, sta nel fatto che, sì, è la serie in cui si incontrano i classici della letteratura horror, ma il cuore delle vicende è e rimane Vanessa Ives, personaggio inedito attorno a cui ruota tutto. Una volta conclusa la sua storia, non aveva senso andare avanti, quindi lode alla decisione di farla finita, del resto in linea con la libertà mostrata anche in altri aspetti, a cominciare dalla durata delle singole stagioni, variabile a seconda delle esigenze narrative. E poco importa se si tratta di una scelta sicuramente anche figlia di ragioni commerciali: è bello andarsene in questo modo, ponendo fine al racconto e lasciando aperti i discorsi di tutti quei personaggi satellitari così famosi.

Del resto, mi sono trovato più volte a pensarci proprio mentre scorrevano le puntate. L’introduzione di Jekyll, Kaetenay (Wes Studi ti voglio bene) e Catriona, quell’accenno buttato lì a Imhotep e, col senno di poi, il modo leggiadro e fantastico in cui si chiudono le vicende di Dracula sembrano tutti spunti da sviluppare in stagioni future. Ma allo stesso tempo, quanto avrebbe avuto senso andare avanti dopo aver raccontato le due facce del male affrontato da miss Ives nel giro di tre stagioni? Non sarebbe stato un modo per prolungare le cose in maniera artificiosa, come purtroppo spesso avviene in TV? Sì. E lo dico con la morte nel cuore, perché la verità è che, per quanto mi sia piaciuta questa conclusione, per quanto io sia felice di avere Penny Dreadful come progetto nato e concluso in maniera coerente, senza sbrodolate forzate a rovinarlo (ciao Prison Break), miss Ives e i suoi bizzarri amici mi mancheranno.

Mi mancheranno l’atmosfera pazzesca, le musiche sparate a mille senza alcuna vergogna, la voce graffiante e la progressiva distruzione di Eva Green, l’assurdità del personaggio di Dorian Gray, il meraviglioso quartetto Malcolm/Chandler/Sembene/Kaetenay, la faccia da fesso del dottor Frankenstein e il modo meraviglioso, oltre che, di nuovo, coerente in cui è stata trattata la sua creatura. Quanto ci si sarebbe aspettati, prima o poi, specialmente dopo lo sviluppo del rapporto con Vanessa, di vedere John Clare inserito nel gruppone a menare vampiri? E invece no, rimane sempre in disparte con la sua storia dal finale straziante, così come non ci viene mai realmente data la soddisfazione di una rissa fra il vampiro e il lupo. E in fondo, il bello di Penny Dreadful, stava anche lì, nella sua capacità di schivare ogni tanto l’ovvio per concentrarsi su quel che conta.

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