Into the Badlands – Stagione 1

Into the Badlands, secondo le parole dei produttori, nasce con l’intenzione di fare alle arti marziali quel che The Walking Dead ha fatto agli zombi. Il che, a seconda di come la si vede, può essere una cosa positiva o negativa, ma nella sostanza, con in testa le sei puntate della prima stagione (l’ultima trasmessa ieri sera anche in Italia), dà l’impressione di essere più che altro una sparata un po’ a caso. La serie creata da Alfred Gough e Miles Millar (bravi uomini il cui curriculum urla amore per l’action movie da tutti i pori, ma testimonia poche chance per realizzarlo davvero senza compromessi) è più che altro un gran pasticcione, un omaggio al cinema di arti marziali orientale immerso in una specie di immaginario fantascientifico pulp non particolarmente originale, carico a mille di qualsiasi suggestione e fonte d’ispirazione passasse per la testa ai due. Però (o forse proprio per questo) è divertente!

La storia racconta di un futuro postapocalittico in formato medievale, con terre desolate dominate da feudatari, la violenza usata come strumento di negoziazione e là fuori, nell’immensità inesplorata, tutto un mondo di luoghi apparentemente desolati ma miticizzati da leggende. Qui si muove il Sunny di Daniel Wu, un protagonista abbastanza riuscito nella sua moralità se non dubbia, quantomeno un po’ sfumata, e attorno a lui ruotano le vicende del suo signore e padrone (un Marton Csokas che la manda completamente di fuori, caratterizzando il suo personaggio con un accento assurdo) e dei baroni concorrenti, in particolare la vedova interpretata dalla rossissima Emily Beecham. Ci sono storie, trame, cospirazioni, vendette e controvendette, drammi esistenziali e misteri da svelare ma, onestamente, in parte forse anche per la sindrome da prima stagione che gioca prudente con pochi episodi, ha un po’ tutto l’aria del classico cumulo dei pretesti di raccordo da film action.

Non che gli sviluppi narrativi manchino: certamente viene buttata molta carne al fuoco nel preparare possibili evoluzioni future, suggerendo un mondo ben più ampio e ambizioso, senza contare che il finale di stagione chiude in maniera netta svariati discorsi. Ma dal punto di vista narrativo la serie, perlomeno in queste prime sei puntate, è molto derivativa e altrettanto prevedibile, al di là di qualche trovata riuscita qua e là. Per fortuna, funziona quella che poi è l’attrazione principale: gli schiaffi. I combattimenti di Into the Badlands pescano molto dallo stile orientale più radicato nell’immaginario collettivo, lavorando di cavi e balzi improbabili, ma allo stesso tempo inseguono l’approccio violento tipico di tanta TV occidentale recente. È una sintesi particolare, che rimane lontana dai combattimenti brutali e viscerali lanciati da The Raid, o dal turbinio sanguinario di Banshee, inseguendo un modello d’eleganza e leggiadria, senza però rinunciare ad ossa spezzate e carni smembrate. Non è forse un approccio per tutti i gusti, ma il risultato è quasi sempre spettacolare, grazie a coreografie complesse, veloci, violente e che riescono ad alzare sempre più la posta con l’incedere delle puntate, fino a una rissa a quattro conclusiva davvero riuscita. Insomma, ci sono elementi da sistemare sul piano narrativo e rimane da vedere se, quanto e come tutti gli spunti verranno esplorati a partire dal secondo anno (confermato per dieci puntate), ma già nella prima stagione Into the Badlands è una serie action divertente, essenziale, tamarra e che centra il bersaglio nel suo aspetto fondamentale. Poteva andare peggio.

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