Bone Tomahawk

È un po’ triste che un film come Bone Tomahawk, bello com’è e col cast che si ritrova, finisca per uscire negli USA giusto in qualche sala, confinato al regno delle produzioni indipendenti che vivono soprattutto di distribuzione digitale. In pratica, perlomeno se andiamo a vedere certi generi, il mercato cinematografico americano ha fatto il giro nella direzione opposta per diventare comunque simile a quello italiano, dove le cose più interessanti, se va bene, passano magari in TV e/o si accomodano in home video. Che è infatti quel che è accaduto a Bone Tomahawk. O forse non è triste ed è solo il segno dei tempi, una volta qui era tutta campagna e i cinema erano invasi dai cowboy come oggi lo sono dai supereroi, fra quarant’anni saremo pieni di gente in calzamaglia direct to video e chissà cosa ci sorbiremo sul grande schermo. Nel mentre, però, un po’ spiace non potersi gustare questo gran bell’esordio in sala. Ma insomma, sopravvivremo.

Ma che cos’è, Bone Tomahawk,? È un western adatto a chi non si spaventa quando la violenza si fa letterale e quando la descrizione di quanto sappiano essere brutali e selvaggi gli antagonisti di turno diventa esplicita. O forse è un horror adatto a chi apprezza i film che si prendono il loro tempo (magari anche troppo, eh) per costruire la tensione e preparare all’esplosione di violenza finale. O magari  è un film per chi sa gustarsi una piccola produzione indipendente, messa assieme con quattro soldi, che esprime passione e amore per il western classico ad ogni fotogramma ma non rinuncia a tradurla in una lettura contemporanea, fatta di ritmo compassato, contaminazioni fra generi e ottimi attori che scrutano l’orizzonte ricoperti di sangue, sporco e polvere.

È la storia di poche persone che piazzano una scelta sbagliata dietro l’altra e si trovano a pagarne le conseguenze trascinandosi nel deserto per giorni alla ricerca di redenzione, nel tentativo di salvare gente rapita da una banda di trogloditi. Ha un cast davvero notevole, fra un Kurt Russell e un Richard Jenkins che trasudano esperienza e carisma da ogni poro, un Matthew Fox che così in palla non lo è forse mai stato, un Patrick Wilson ottimo come sempre e un sacco di scelte azzeccate per ogni ruolo minore. Ed è un paio d’ore placido, trascinato, fatto di ottima scrittura e regia solida, belle immagini evocative e improvvisi lampi di violenza, con un tuffo finale nell’orrore che colpisce nel segno e lascia poi spazio a una conclusione minimalista. Poi, sì, il suo mix di generi inusuale e lo stesso modo in cui li mescola possono spiazzare, gli aspetti in cui lascia emergere la natura di piccola produzione possono respingere, ma per me è stato amore al primo sguardo e non mi ha tradito fino all’ultimo fotogramma.

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