10 Cloverfield Lane

10 Cloverfield Lane un tempo si intitolava The Cellar, era una di quelle sceneggiature rimaste incastrate per un po’ nel gorgo produttivo holywoodiano e raccontava di tre persone, una donna e due uomini dalle intenzioni non esattamente benigne, rinchiuse in un bunker sotterraneo per sfuggire a un presunto disastro verificatosi là fuori (disastro che veniva mostrato alla fine, non aveva molto a che vedere coi mostri che ti aspetti da un Cloverfield e non veniva particolarmente spiegato). Come spesso accade, quella sceneggiatura è andata incontro a un lavoro di riscrittura e in particolare se ne è occupato Damien Chazelle, che fra l’altro avrebbe anche dovuto dirigere il film, ma ha poi abbandonato il progetto quando gli è stata data luce verde per Whiplash. E qui entra in ballo l’esordiente Dan Trachtenberg, nome coinvolto da un pezzo nei lavori su un possibile film ispirato a Y: L’ultimo uomo e autore di due cortometraggi molto apprezzati, il secondo dei quali, Portal: No Escape, l’avete sicuramente visto, ma lo metto qua sotto per sicurezza.

A questo punto, con la Bad Robot di J. J. Abrams coinvolta a livello produttivo, ci si rende conto che in fondo il film, senza apportare poi chissà quali modifiche, potrebbe essere marchiato a fuoco col nome Cloverfield, andandolo a impostare come una sorta di “non seguito”, “cugino”, “parente alla lontana”, forse ambientato nello stesso universo narrativo e forse no. Anzi, per capirci, diciamolo chiaramente: al di là di qualche velato omaggio, il titolo è e rimane il riferimento più diretto al film di Matt Reeves del 2008 e 10 Cloverfield Lane può tranquillamente far parte dello stesso universo narrativo come non farne parte. Presa questa decisione e con in mano una nuova sceneggiatura che propone un triangolo di personaggi forse un po’ più interessante, che incarna tre modi diversi di nascondersi dalla tragedia, il film viene messo in produzione in gran segreto (titolo di lavorazione: Valencia) e svelato al pubblico con un solo trailer ad appena un mese dall’uscita nelle sale. Una bella mossa di marketing, anche considerando quanto era chiacchierato un possibile Cloverfield 2, e anche un ottimo modo per conservare l’alone di mistero che circonda la storia (poi, certo, se in Italia lo fai uscire oltre un mese dopo, la gestione degli spoiler si complica).

10 Cloverfield Lane gioca infatti moltissimo sul senso di dubbio e incertezza. Fra i “colpi” di Trachtenberg c’è la scelta di raccontare l’intero film (con l’eccezione di una singola scena) attraverso il punto di vista della protagonista, lasciando che gli spettatori scoprano i segreti assieme a lei. La vediamo quindi finire coinvolta in un incidente automobilistico e poi risvegliarsi direttamente in un bunker sotterraneo, dove un uomo la tiene prigioniera e le racconta che non si può uscire, perché l’America è stata attaccata da qualcuno e ci sono sostanze letali nell’aria. La civiltà come la conosciamo è finita, siamo rimasti solo noi due e quell’altro tizio che, come vedrai fra un attimo, si trova nel bunker assieme a noi. Buona parte del fascino di 10 Cloverfield Lane sta lì e il senso di mistero funziona bene. Poi, certo, dandogli quel titolo hai sostanzialmente dichiarato che sì, i mostri ci sono, ma rimane il dubbio su come verranno utilizzati ed è un dubbio il cui fluttuare sulle teste degli spettatori, oltre che dei personaggi, ha un bell’effetto.

D’altro canto, la natura di pseudo-seguito del film sta tutta lì, nel recuperare l’idea di raccontare una storia di mostri in maniera particolare, con la differenza che l’approccio “strano” passa dalla direzione visiva a quella narrativa. 10 Cloverfield Lane è quindi innanzitutto un bel thriller psicologico, incentrato soprattutto sulle interpretazioni di tre attori in gran forma, con un ottimo John Gallagher Jr., perfetto nella sua fragilità, un John Goodman scatenato soprattutto nel dare una grande caratterizzazione fisica al proprio personaggio e una Mary Elizabeth Winstead eccellente, che si carica il film sulle spalle e lo trascina dall’inizio alla fine senza mostrare mai segni di cedimento. Se le cose funzionano è soprattutto grazie a loro tre e alla forza con cui reggono tante scene giocate interamente sul dialogo e sulla forza evocativa degli sguardi. Ma non va sottovalutato il lavoro comunque eccellente del regista.

Guarda come agita bene il ditino.
Guarda come agita bene il ditino.

Tutto il film è girato con grande padronanza degli spazi, una capacità non banale di definire i contorni del territorio, fondamentale per un film strutturato in questa maniera. Inoltre, molte scene sono girate con lunghe riprese che accompagnano gli attori riducendo all’essenziale il lavoro di montaggio e ponendo enfasi sui corpi, sugli spazi, sui volti, con risultati spesso eccellenti e a occhio tutt’altro che semplici da ottenere (basti pensare alla complessità dei movimenti di macchina nella scena del risveglio, girata in un set dalle pareti mobili). E poi c’è l’altro “colpo”, la scelta di aprire e chiudere il film con dei lunghi segmenti, a occhio direi entrambi da mezz’ora, sostanzialmente privi di dialoghi, lasciando parlare solo l’azione e le immagini, e il racconto fila via con una scorrevolezza incredibile, senza che questa scelta di scrittura pesi minimamente sul ritmo. Insomma, 10 Cloverfield Lane è quasi una bomba: è girato benissimo, ha una sceneggiatura a orologeria e i tre attori danno spettacolo. Ma perché “quasi”? Eh, perché poi alla fine entrano sempre di mezzo i punti di vista e ci sono fondamentalmente due problemi.

Innanzitutto c’è la gestione della colonna sonora, che alterna in maniera un po’ schizofrenica momenti di silenzio totale ad altri di musica roboante e fin troppo carica. I primi sono efficacissimi, se vogliamo anche coraggiosi, per un film del genere, ma i secondi sono spesso eccessivi e, se lo chiedete a me, finiscono per rompere la tensione di momenti che, se gestiti in maniera più posata, sarebbero stati terrificanti. E poi abbiamo il fatto che la parte conclusiva del film può risultare un po’ spiazzante, per una svolta brutalmente action che arriva dopo un’ora abbondante di tensione trattenuta. Se chiedete a me pure questo, è un gran bel finale, eccellente per messa in scena e comunque coerente con il tono che il film mostra fin dalle battute iniziali, ad essere onesti anche per mano della colonna sonora che così poco ho apprezzato. Ma, insomma, posso capire che spiazzi e non convinca. Rimane il fatto che va a chiudere un bel film, divertente, intelligente e a modo suo originale.

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