House of Cards

Avviso per i naviganti: questa cosa qua sotto contiene spoiler, abbastanza specifici sulle prime due stagioni, un po’ più vaghi sulle successive. Poi non vi lamentate.

Nella mia testa bacata, House of Cards parla soprattutto dell’approccio che la sua coppia di protagonisti, i malefici Claire e Frank Underwood, ha nei confronti dell’umanità, intesa non come “insieme degli esseri umani” ma come natura dell’essere umano. Poi, certo, c’è anche altro, per esempio l’elemento un po’ thrilling dell’ascesa al potere di Francis, ma tanto quello alla fin fine si risolve ogni anno con dodici puntate e mezzo di girare in tondo mentre sembra che le sue macchinazioni stiano per esplodergli sotto il culo e un’ultima mezz’oretta in cui risolve le cose con la mossa del giaguaro. E sì, c’è anche il mostrare come in fondo la politica moderna si riassuma tutta in una serie di mani che si lavano a vicenda, favori, ricatti e ricattini, farsi ben volere il più possibile, farsi mal volere il meno possibile, procurarsi mille strumenti diversi per manipolare il prossimo e mettere in secondo piano qualsiasi genere di attività che non serva per rimanere attaccati al cadreghino. Ma quello mi stanca in fretta, perché alla fin fine è un po’ sempre un ribadire lo stesso concetto utilizzandolo solo come motore degli eventi, senza metterci poi sotto chissà quale peso narrativo o, per l’appunto, politico.

Oltretutto, chi alla Casa Bianca ci ha lavorato sostiene che le dinamiche quotidiane di quel posto siano ritratte in maniera molto più fedele da Veep (e non so se questo sia più o meno agghiacciante, a dirla tutta), per cui non c’è neanche quell’elemento poi così convincente da “Ah, ecco come funzionano le cose!” E quindi? E quindi, se lo chiedete a me, c’è soprattutto questa coppia di personaggi che hanno un obiettivo molto chiaro in testa, cercano di ottenerlo in ogni modo e per farlo sono costretti non solo a rinunciare sempre più alla propria umanità, ma addirittura a fare piazza pulita di tutto ciò che c’è di umano attorno a loro. In un certo senso, House of Cards è l’opposto completo di Orange is the New Black, l’altra grande serie con cui Netflix ha sostanzialmente avviato la sua macchina produttiva mangiamondo. Tanto qui vediamo gente che lotta per scrollarsi di dosso quel poco di umano che le rimane, quanto lì si vedono persone la cui speranza di vita consiste nello spingere senza tregua verso la direzione opposta.

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Nel suo primo anno, House of Cards racconta dei coniugi Underwood mostrando due persone certo fetentissime (soprattutto lui) e capaci di infamate sempre più squallide (soprattutto lui), ma anche due persone a cui ogni tanto sfuggono lampi di fortissima umanità. Il momento più dichiarato, in questo senso, è costituito da quella bella puntata dedicata alle amicizie di gioventù di Frank, che non a caso si conclude proprio mostrandolo improvvisamente di nuovo pronto alla guerra, accompagnato dal suo tema musicale, dopo aver chiuso la parentesi, il momento di tregua. Ma ci sono tanti altri elementi in cui la voglia di chiudere la propria umanità fuori dalla porta, perché è l’unico modo in cui si può ottenere il risultato finale, non è sufficiente. E allora Claire si lascia andare alla sua tresca con il fotografo, Francis ti lascia intravedere qualche crepa nella gestione dei rapporti con la giornalista, il matrimonio dei due si evolve seguendo percorsi a tratti quasi sentimentali e c’è tutta quella faccenda dell’amicizia a base di costolette.

Il problema è che ogni singola crepa di umanità rischia di creare problemi, potrebbe mettere i bastoni fra le ruote, è un ostacolo messo di traverso lungo l’ascesa al potere degli Underwood. E infatti ha inizio il processo di eliminazione di ogni vaga punta d’umanità, dentro e fuori dai cuoricini pulsanti dei nostri eroi. Il destino di Peter Russo, in questo senso, è molto più che un semplice levarsi dalle palle una figura problematica e risolvere in maniera vantaggiosa una faccenda delicata. Significa togliere alla serie il suo centro d’umanità, il cuore emotivo del racconto, l’unico personaggio che mostri davvero fino in fondo e incarni, con la sua fallimentare storia di redenzione, una qualche forma d’emozione vera. È la mossa forse più banale, far fuori il personaggio a cui ti affezioni, e per certi versi può anche essere considerato un mezzo errore, perché forse Russo, in mezzo a quella banda di manovratori politici, era il personaggio con più potenziale inespresso, ma era anche inevitabile.

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Con quella scena nel parcheggio, quella cosa orribile fatta in maniera quasi indifferente, ha inizio un processo che si trascinerà per tutta la seconda stagione e che non a caso segna l’avvio del primo vero trionfo firmato Underwood. Ma la vicepresidenza è solo l’inizio e per andare avanti bisogna scrollarsi di dosso ogni accenno di umanità rimasta. Il secondo anno di House of Cards è una procedura sistematica di deframmentazione del disco fisso emotivo di casa Underwood. Viene portato avanti con un secondo omicidio, levando di torno in maniera magari più delicata, ma non meno netta, anche altri personaggi che rischiano di far emergere sentimenti e portando infine Claire e Francis a scrollarsi di dosso le ultime tracce di umanità, pronti a compiere una nuova infamata, chiaramente ancora una volta ai danni del personaggio debole e profondamente umano. Nelle ultime puntate, gli Underwood diventano quasi satanici, talmente innamorati del proprio ruolo di implacabili da ridursi a macchiette, per esempio in quella scena che vede Claire lasciarsi andare a una risata degna di un antagonista bondiano dei bei tempi.

E arriva la presidenza. È una vittoria, ma è la vittoria più pericolosa, perché come tutte le vittorie porta alla compiacenza, al relax, al momento di calma spaparanzati sul divano. Vincere il primo titolo è difficile, ma la vera sfida sta nel giocare al massimo la stagione successiva, nel mantenersi su livelli folli e ripetersi, facendo magari anche di meglio (un saluto a Steph Curry e ai suoi). E invece gli Underwood, una volta arrivati in cima, si lasciano andare. La terza stagione di House of Cards è quella che ce ne mostra il lato umano, non necessariamente più di tutte, ma senza dubbio in maniera più continuativa. Improvvisamente il rapporto fra i due coniugi, le aspettative, le speranze, le difficoltà emotive, perfino qualche amicizia, tutto ciò che si erano levati di dosso torna ad arrampicarsi sulle loro gambe e a fare capolino. E la presidenza Underwood, fra una sfuriata e l’altra, a colpi di gesti impulsivi e desideri di rivalsa, va quasi gambe all’aria. Quasi. Perché c’è sempre la mossa del giaguaro.

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La quarta stagione è seguito inevitabile di tutto ciò. C’è una campagna impossibile da vincere, un nuovo avversario che a tratti appare quasi fuori portata, lui e quella bella gnocca di sua moglie, e abbiamo pure la minaccia terroristica. Ci vuole un po’, non è immediato, ma gli Underwood si rendono conto di dover mettere nuovamente da parte le pochezze da vita quotidiana e ha pian piano inizio un nuovo processo di grattugia della scorza umana. Da un lato avviene tramite visioni indotte dal malessere fisico, dall’altro attraverso una definitiva presa di coscienza delle proprie capacità e del proprio essere necessari, ma in entrambi i casi si tratta di mettere tutti in riga, di ostentare una sicurezza teoricamente priva di basi, sostanzialmente figlia del totale disinteresse per qualsiasi cosa non sia quel risultato finale. Lo stesso rapporto “extra” di Claire mi sembra quasi più che altro un calcolatissimo tentativo di avere una valvola di sfogo, nella quale incanalare esigenze superflue ma potenzialmente dannose.

Ma tutto quel che conta è tornare ad essere macchiette, perché la situazione è disperata, il mondo sta crollando e la mossa del giaguaro serve epocale. Al punto che, per una volta, anche Claire guarda nella telecamera, mentre Francis si spara le pose e lancia l’attacco solare. Ecco, per me, House of Cards, è soprattutto questa cosa. Questa specie di lotta intestina contro gli esseri umani che si nascondono da qualche parte nei corpi di Claire e Francis. Questo continuo tendere verso uno status da supercriminali impossibile da conquistare fino in fondo perché dietro i sagomati si agitano degli esseri umani. Tutto il resto, le macchinazioni, i continui ribaltamenti di fronte, gli intrighi politici, mi lascia abbastanza indifferente, forse perché mi sembra sempre un po’ troppo tirato per le lunghe. E lo stesso giochetto di Kevin Spacey che si rivolge al pubblico col suo accento improbabile, sulla distanza, ha stancato me quanto gli sceneggiatori, considerando la parsimonia con cui hanno finito per usarlo nelle ultime due stagioni. Forse anche per questo è una serie che mi piace ma non riesce ad entusiasmarmi mai fino in fondo. Però c’è quel filo conduttore emotivo che in qualche modo mi ha catturato e ha saputo portarmi con piacere fino a qui. Cinquantadue episodi, come le carte di un mazzo da poker, al termine dei quali il creatore Beau Willimon saluta tutti e se ne va col finale a effetto. Ha costruito il castello usando tutti i pezzi, ora lascia che sia qualcun altro a farlo crollare. Vediamo come va.

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Chiudiamo con una nota di colore. Io vivo in Francia. Nell’autunno del 2014, Netflix è arrivato in Francia. Avevano Orange is the New Black, non avevano House of Cards. Nel 2015, è uscita la terza stagione di House of Cards, ma in Francia non era su Netflix, perché c’era l’esclusiva  con un network locale. Nel 2016, è arrivata la quarta stagione di House of Cards e sul Netflix francese c’è tutto House of Cards. Andrà in maniera simile in Italia? Vai a sapere. Nel frattempo, comunque, ieri Sky ha trasmesso la cinquantaduesima carta.

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