Mistress America

C’è stato un momento, nello scorso decennio o giù di lì, in cui all’improvviso siamo passati dal ricordare con orrore gli anni Ottanta al farci assorbire da un magico tripudio di nostalgia e lanciarci nell’amorevole recupero di quel decennio. Non saprei dire quando o perché sia avvenuto di preciso, immagino sia una faccenda generazionale, ma tant’è, dovunque ti giri trovi un gioco, un film, un fumetto, un libro, un qualsiasi cosa che omaggia con nostalgia gli anni del cotone. Ed è infatti anche il caso di Mistress America, il film con cui Noah Baumbach, uno fra i portabandiera del cinema indie americano recente, si traveste per un’ora e mezza da John Hughes, mette sul piatto l’immancabile musica elettronica retrò, piazza nel finale una parata newyorchese a cui manca solo Ferris Bueller, conferma il suo recente ammorbidimento stilistico e intrattiene fra risate e malinconia.

La storia racconta di Tracy, una ragazza appena arrivata al college interpretata da una deliziosa Lola Kirke, che si ritrova a fare amicizia con la sua futura sorella acquisita Brooke, una Greta Gerwig notevole per come riesce a gestire toni più brillanti e luminosi del solito senza perdere la sua tradizionale aria stralunata. Tracy è taciturna, intelligente, bella dentro e fuori ma esclusa dai circoli scolastici che contano, capace di fare amicizia solo col geek del dormitorio. Quando incontra Brooke, però, scopre una donna poco più adulta di lei, brillante, espansiva, piena di progetti, apparentemente di gran successo e per la quale è facile perdere la testa. Ne nasce un’amicizia più o meno parassitaria, dove la giovane sembra abbeverarsi ammaliata dalla fonte dell’adulta ma pian piano entrambe si evolveranno in modi che non è neanche troppo difficile prevedere.

Insomma, nulla di mai visto prima, ma lo stile della narrazione è davvero accattivante, perché mescola la scrittura allucinata da cinema indipendente contemporaneo con le situazioni classiche, i personaggi, il tono, l’atmosfera e le musiche da commedia adolescenziale anni Ottanta. Quel che ne viene fuori è un film bizzarro, divertente, che ci mette forse un po’ a ingranare ma ti ammalia subito con la bella colonna sonora e con l’atmosfera sognante. Nella seconda metà si ride di gusto, il tono malinconico funziona fino alla fine, le due protagoniste sono deliziose e nonostante questo il ritratto di entrambe è tutt’altro che accomodante, anzi, dipinge bene una coppia di personalità fin troppo tristemente credibili. Insomma, consigliato a chi sente la mancanza di quei film là, non disdegna questi film qua e vuole vedere cosa succede se li metti assieme.

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