Victor: La storia segreta del dottor Frankenstein

Facciamo finta che io abbia inserito qui un pippone su come si sceglie di adattare i titoli dei film per il mercato italiano, sull’idea – suppongo – che se non ci metti un “dottor” la gente non coglie e se non ci metti un “La storia segreta” il titolo non è abbastanza ganzo e su come, se vogliamo, tutto questo si incastri alla fin fine piuttosto bene coi giochetti postmoderni e metacinematografici che caratterizzano la sceneggiatura di Max Landis (famoso per essere figlio di John, per aver scritto Chronicle e per come trascorre le giornate cercando di risultare il più intelligente di tutti su internet). Facciamo finta anche perché alla fin fine ce l’ho inserito e andiamo a parlare di Victor Frankenstein, nuovo film di Paul McGuigan, già regista di SlevinPush, quattro episodi di Sherlock e svariate altre cose che non avete visto. Com’è? Eh, non è brutto, ma non è neanche bello e alla fin fine è un po’ come se non ci fosse.

L’idea piuttosto inevitabile, dati i nomi coinvolti, è quella di una rilettura postmoderna e citazionista del mito, che si mantiene collocata nel periodo storico giusto ma filtra tutta la storia del dottor Frankenstein, di Igor e della loro creatura attraverso uno sguardo contemporaneo, brillante, esagerato e che non disdegna di tendere la mano verso il pubblico young adult nel momento in cui trasforma il deforme Igor in un Daniel Radcliffe dalla postura eretta e dallo sguardo sognante. Paul McGuigan ci mette una regia in larga misura piuttosto anonima, che trova qualche bella soluzione visiva ma sostanzialmente non si concede mezzo guizzo e anzi chiude tutto su una scena d’azione piatta come poche. Le colpe maggiori, però, le ha certamente Landis.

Il suo script è sicuramente brillante negli aspetti più superficiali e per un po’ il giochetto funziona: gli omaggi a qualsiasi Frankenstein possibile e immaginabile (compreso quello di Mel Brooks) sono simpatici, le meta-battute tipo quella sulla gente che assocerà quel cognome al mostro, e non al dottore, centrano il bersaglio e James McAvoy che passa tutto il tempo agitandosi sopra le righe come un novello Al Pacino è divertente. Il problema è che sotto la superficie non c’è molto, i temi del romanzo di Mary Shelley vengono sfiorati in maniera frettolosa e il film non va oltre la scemata simpatica, commettendo oltretutto l’errore di durare più del lecito. Un dieci o quindici minuti in meno, serenamente ottenibili rinunciando a qualche personaggio superfluo, specie considerando che tanto gli unici ad essere minimamente approfonditi sono i due protagonisti e il loro ormai tradizionale bromance, avrebbero fatto decisamente bene. E invece abbiamo un film che parte in maniera accattivante, si spegne sulla distanza e finisce quando è ormai troppo tardi. Peccato.

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