Kill Zone – Ai confini della giustizia

Il primo SPL, noto anche come Kill Zone e uscito nell’ormai lontano 2005, è un film di culto per gli amanti del cinema d’arti marziali di zona Hong Kong, fondamentalmente per tre motivi: (1) mette di fronte Sammo Hung e Donnie Yen, (2) racconta una storia iper drammatica, cupissima, da noir senza speranza e complicata come solo nei polizieschi orientali e (3) mette di fronte Sammo Hung e Donnie Yen. In pratica è come se Heat – La sfida fosse un film di Hong Kong, al posto di De Niro ci fosse Marlon Brando e lui e Al Pacino fossero famosi più per la capacità di menare che per quella di recitare. C’è pure un giovane Wu Jing nel ruolo di Val Kilmer! No, OK, non è proprio così, ma secondo me un po’ rende l’idea. Fatto sta che ritrovarsi per le mani una roba con quel taglio da poliziesco “serio” abbastanza ben realizzato, con dentro un mito come Sammo Hung ancora in grado di dire la sua e un Donnie Yen forse all’apice della forma, all’epoca, fu una discreta botta. E giustamente, anche.

Detto questo, ad essere onesti, riguardandolo oggi, il film è un po’ una palla. Certo, rimane apprezzabile per molti motivi, che vanno anche al di là di quelle due icone. Il racconto è veramente cupo come pochi, un noir senza speranza dal finale terrificante. Il taglio visivo, per quanto dimostri i suoi anni, mostra ancora una gran personalità e una cura per la messa in scena notevoli, con anche il momento più inutile coreografato in maniera attenta e complessa, come se fosse la scena d’azione madre. E l’ultima mezz’ora rimane qualcosa di notevole, con due combattimenti spettacolari e un Sammo Hung che non si capisce davvero come potesse muoversi in quella  maniera, con quel fisico, a cinquant’anni suonati. Però, ed è un bel però, la narrazione procede in maniera davvero pesante, gli attori hanno carisma ma recitano quasi tutti come dei cartonati e in generale, quando non c’è azione (e nella prima ora ce n’è davvero poca), è tutto parecchio legnoso e preda dell’ansia da melodramma tipica del cinema orientale. Insomma, lungi da me voler negare il suo status mitico, però, ecco, ci siamo capiti.

Ma in realtà qui dovrei parlare del seguito non seguito, che si intitola SPL II: A Time for Consequences sul mercato internazionale e arriva dalle nostre parti come Kill Zone – Ai confini della giustizia. E ne voglio parlare fortissimo, perché, oh, secondo me se lo mangia proprio, il primo film, al di là del fatto che ovviamente far menare Tony Jaa, Wu Jing e Zhang Jin non ha e non può avere lo status leggendario dello scontro fra quei due là sopra. Comunque, andiamo per gradi. Innanzitutto, come dicevo, si tratta di un “non seguito”, dato che Sammo Hung alla fine non è tornato e gli unici attori rimasti dal primo film, Simon Yam e Wu Jing, interpretano per forza di cose ruoli diversi. L’idea, però, è di un seguito “spirituale”, che riproponga il concetto di noir poliziesco dal taglio molto cupo (anche se meno cupo), con alcuni punti di contatto sul piano narrativo e dalle mazzate altrettanto spettacolari (e più numerose). Beh, il risultato è centratissimo.

Guarda com'è carico Tony.
Guarda com’è carico Tony.

La storia racconta di un gruppo di criminali infamissimi, dediti al traffico d’organi, che non si fanno scrupoli a rapire e sbudellare chiunque per raggiungere i propri fini. E per sottolineare con forza quel “chiunque”, il film si apre mostrando il capo dell’organizzazione, un cattivo disgustoso, pure un po’ sfigato, che si regge in piedi a malapena e che – scopriremo poi – è disposto ad ammazzare suo fratello per cavarsela, intento a spiegare ai subordinati che sì, la vittima di oggi va rapita e privata degli organi vitali anche se aspetta un bambino. Nessuna pietà, di fronte al dio denaro. Ah, ovviamente, questo simpaticone traballante ha due scagnozzi bravissimi a menare: uno, interpretato da Zhang Jin, se ne va in giro massacrando tutti mentre si muove con una grazia da cartone animato, l’altro è chiaramente un furioso e brutalissimo omaggio al pazzo di Wu Jing che nel primo film massacrava a coltellate la squadra di protagonisti.

Chi si oppone a questa gente? L’altro omaggio diretto al primo film: un team di poliziotti capitanato da Simon Yam e disposto ad abbandonarsi a pratiche non proprio legalissime pur di vincere, anche perché c’è in ballo la vita di un collega sotto copertura. Del resto, stiamo parlando di un poliziesco cinese, vuoi privarti del poliziotto sotto copertura? No, figurati, ci mancherebbe. Anzi, guarda, te lo faccio pure disperato e tossicodipendente. In più, c’è di mezzo anche la guardia carceraria interpretata da Tony Jaa, che putacaso ha una figlia moribonda, cui serve un trapianto di midollo osseo. Vi state perdendo? È normale, ma non importa: Kill Zone è il classico poliziesco orientale dai temi cupissimi, dal taglio melodrammatico esasperante e dall’intreccio super elaborato, con cento fili narrativi legati assieme con lo spago ma che per qualche motivo funzionano, tornano tutti e non ti mettono mai in confusione mentre segui le vicende.

Un due contro uno non si nega a nessuno.
Un due contro uno non lo si nega a nessuno.

Come mai? Beh, innanzitutto perché è un film che non si vergogna di nulla. Non si vergogna del suo dramma esagerato, non si vergogna di avere attori la cui espressività varia senza soluzione di continuità fra l’ottimo e il tremendo, non si vergogna di mirare a tutti i mercati possibili e immaginabili mescolando quattro lingue diverse e mettendosi di traverso fra questo e quell’angolo di Asia, non si vergogna di tirare un colpo al cerchio e uno alla botte puntando sul dramma da noir tragico ma infilando anche una bella scena d’azione ogni volta che il ritmo rischia di crollare. Insomma, prende sul serio tutto quello che fa e fa bene tutto quel che prova a fare.

E poi è girato e fotografato alla grandissima, con un gran bello stile visivo, una costruzione delle scene d’azione di gran respiro, curata nei tempi e negli spazi, una pacca enorme nel piazzare lì virtuosismi e piani sequenza spettacolari ma sempre funzionali e una serie di combattimenti da urlo per coreografie, messa in scena e potenza degli attori coinvolti. Dell’eleganza di Zhang Jin ho già detto, ma pure sul fronte dei buoni va alla grande: Tony Jaa c’ha una carica che fa provincia e Wu Jing dà il massimo in un film che finalmente lo valorizza come si deve. Aggiungiamoci l’impressione di una chiara influenza da parte di The Raid, non solo per il combattimento finale a tre, ma proprio per il taglio brutale, crudo e dinamico dei combattimenti, oltre che per lo stile di certe riprese, e abbiamo un gran bel film d’azione, non solo per le notevolissime pizze in faccia che volano, ma anche perché non ti fa salire la rogna nelle scene di raccordo. Insomma, bomba.

Si manifesta oggi in Italia, direttamente sul mercato dell’home video. Vogliategli bene.

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