Legend

A Brian Helgeland, da queste parti, si vuole molto bene. Del resto, come fai a non amare uno che ha scritto L.A. ConfidentialMystic River e Man on Fire? Ha pure scritto e diretto Payback, per la miseria! Quindi insomma, quando il Brian si mette al lavoro su un film poliziesco e/o da grande saga criminale, è inevitabile alzare il sopracciglio con interesse, anche se l’affermazione “basato su una storia vera” si erge sempre come monito capace di destare infinite preoccupazioni. Aggiungiamoci che stiamo parlando del film con due Tom Hardy al prezzo di uno, una mossa che da un lato viaggia sull’orlo di un baratro chiamato “buffonata”, ma dall’altro promette gran divertimento, e diventa lecito sperare in Legend. Aspettative soddisfatte? Eh, insomma.

Legend adatta un libro di John Pearson per raccontare la storia dei gemelli Kray: uno è Reggie, abbastanza sano di mente, per quanto possa esserlo un criminale che ammazza la gente per lavoro, l’altro è Ronald, un tenerone la cui instabilità mentale lo porta a far più scemenze disastrose di Lori Grimes in The Walking Dead e ad essere costantemente la persona più pericolosa della stanza in cui si trova. Anche perché, voglio dire, uno con le padelle di Tom Hardy, la testa di un matto e le ambizioni da gangster, beh, se non è pericoloso lui… Ebbene, i due, negli anni Cinquanta e Sessanta, salirono ai massimi livelli della criminalità organizzata nell’East End londinese, diventando delle vere e proprie celebrità, anche grazie al continuo mischiarsi con politici e artisti tramite il loro night club nel West End. Il film racconta la loro storia, aprendosi quando le rispettive carriere sono in rampa di lancio e arrivando a chiudersi nel momento in cui va tutto gambe all’aria.

E com’è? Mmm… dignitoso, dai. Sostanzialmente, è un film di gangster molto classico, che segue in maniera diligente tutte le svolte più prevedibili e non manca mezzo cliché, ma lo fa con gran mestiere. Helgeland si muove alla perfezione, gestisce tutto coi tempi giusti e intrattiene per un paio d’ore senza sbagliare sostanzialmente nulla, ma anche senza regalare mezza sorpresa. Poi, certo, l’attrattiva è rappresentata dalla doppia interpretazione di Hardy, realizzata appoggiandosi su una controfigura con cui si è coordinato per definire postura e linguaggio del corpo dei due personaggi. E Hardy dà l’idea di divertirsi un sacco, riuscendo a rendere credibili i due gemelli e a non cadere mai più di tanto nella macchietta, anche se qua e là ci va vicino. Quindi, insomma, Legend è un film di gangster solido, senza particolari guizzi ma anche senza grosse sbavature, che si lascia guardare e ruota attorno a una doppia performance molto divertente. I picchi della carriera di Helgeland rimangono lontani, ma poteva andare peggio.

Ah, l’ho visto in lingua originale e gli accenti della peggio Londra che si sentono sono sconsigliati ai deboli di cuore.

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