Mr. Robot – Stagione 1

La scorsa estate, Mr. Robot è esploso dal nulla su USA Network, ha scatenato un tripudio di amore fra pubblico e critica, ha monopolizzato per qualche settimana la chiacchiera su internet e s’è conquistata il titolo di miglior (nuova) serie dell’estate, se non del 2015 tutto. Perché? Perché è una gran bella serie, originale, ricca di personalità, curatissima in ogni suo aspetto, con un attore protagonista in forma smagliante e che riesce a dire e fare cose nuove, particolari, interessanti, fregandosene di accontentare le aspettative e affrontando tra l’altro il tema degli hacker in maniera largamente credibile e realistica, ma senza per questo rinunciare allo spettacolo visivo e narrativo e a una larga dose di bizzarra follia. Insomma, è una discreta bomba, immediatamente rinnovata per una seconda stagione, e a partire da oggi (con calma) viene trasmessa anche in Italia. Quindi le scuse sono un po’ finite.

Al centro delle vicende c’è Elliot Alderson, cintura nera di hackeraggio che lavora per un’agenzia di sicurezza informatica ma si diletta anche a fare il vigilante degli hard disk. Viene presentato mentre mette al suo posto un viscido di passaggio come se fosse il Punitore della banda larga e sembra di stare assistendo all’episodio pilota di un telefilm procedurale incentrato sulle avventure del giustiziere informatico. E invece no. Invece Mr. Robot parte subito per la tangente, infilandoci nel mondo folle del suo protagonista, un disadattato e squilibrato interpretato alla perfezione da uno strepitoso Rami Malek. L’intera storia viene raccontata attraverso il suo punto di vista specifico, sbarellato, folle e costantemente sopra le righe e proprio qui sta il vero fascino di Mr. Robot.

La prima puntata, diretta dal danese Niels Arden Oplev, detta subito il taglio visivo ricercato e particolarissimo, forse unico in ambito televisivo nella sua visione così forte e cinematografica, perfettamente mantenuto dagli altri registi che si alternano lungo le dieci puntate. È lo sguardo di Elliot ed è uno sguardo alienato, surreale, paranoico, asociale, sostanzialmente folle, filtrato dalla visione di un personaggio a disagio con tutto ciò che lo circonda. L’impianto visivo, la scrittura, l’atmosfera, la caratterizzazione dei personaggi, ogni singolo elemento della narrazione passa per gli occhi di Elliot, per la sua narrazione affidabile quanto può esserlo quella di una persona che se ne va in giro con quella faccia. È un “trucco” furbo, ma efficace e utilizzato con una maestria e una coerenza notevoli: appena entri nell’ottica giusta, ti rendi conto che tutto funziona a meraviglia, ogni elemento apparentemente storto o fuori posto e ogni personaggio un po’ troppo folle trovano la loro giusta collocazione in quello che è il mondo visto attraverso gli occhi di un mezzo matto idealista, che si lancia in pipponi insopportabili (ma tutto sommato, per quanto in maniera banalotta, dice cose che in TV si sentono dire poco) e rimane agganciato alla realtà solo quando si dedica alla sua passione per il codice.

La visione è realizzata in maniera perfetta, con un’attenzione per i particolari che ha del maniacale e che emerge con forza ancora maggiore in quei rari momenti nei quali Mr. Robot abbandona il punto di vista di Elliot e sembra quasi diventare un altro telefilm. Cambia l’atmosfera, cambia la scrittura, cambia tutto, e improvvisamente ti rendi anche conto di quanti strati abbia la serie ideata da Sam Esmail, di come sotto il suo psicothriller delirante si nascondano in realtà un dramma familiare e una sorta di tragicommedia. E nel frattempo ti sei gustato un crescendo spettacolare, che oltretutto approccia il suo utilizzo dei colpi di scena in maniera perfetta, consapevole, scoperta fin dal primo istante o quasi. Mr. Robot non bara mai, ti mette lì tutto quel che serve per capire e non si fa problemi a sottolineare l’omaggio a “quel certo film” e la presenza di elementi storti.

Lo fa perché il punto non è sorprendere lo spettatore, ma sorprendere il protagonista. Poi, per carità, ben venga se guardando la serie ti godi il colpo di scena, ma non è certo un problema, anzi, è largamente voluto, se lo intuisci anzitempo. Il punto è raccontare ciò che quei colpi di scena significano sul piano drammatico, il modo in cui vanno a colpire il protagonista e il mondo che gli ruota attorno. E caspita se lo fanno bene, caspita se colpiscono il segno anche per il modo in cui, di nuovo, vanno ad influenzare la serie tutta, sbarellandone taglio, atmosfera, scrittura dei personaggi, aprendo le porte a tutt’altro tipo di racconto. Insomma, Mr. Robot è un gran bel pezzo di televisione, con una personalità unica, un’attenzione alle piccolezze adorabile (i titoli delle puntate!), un cast di attori fantastici e un potenziale interessante per il futuro. Certo, con gli elementi messi in gioco, c’è il rischio che sulla distanza se ne vada un po’ tutto gambe all’aria, ma la speranza è che Esmail, complice anche il fatto che inizialmente aveva concepito tutto come film, abbia ben chiaro quel che vuole fare e riesca a farlo fino in fondo. Nel frattempo, godiamoci una prima stagione da leccarsi i baffi.

Full disclosure: io di twist ne avevo intuiti due su tre. Quelli più facili. Ah, se avete aspettato fino a oggi, immagino che vogliate guardarvelo in italiano, ma caspita che belle le voci e le interpretazione di praticamente tutti gli attori. Sicuri di volervele perdere?

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