La tigre e il dragone 2

Considerando la regolarità con cui appaiono film di arti marziali sul catalogo statunitense di Netflix e l’attenzione che negli ultimi anni stanno dedicando al mercato cinese da Hollywood e dintorni, non c’è da stupirsi se nel primo gruppone di film targati Netflix c’è il seguito de La tigre e il dragone, primo vero grande successo mainstream occidentale più o meno inscrivibile nel filone wuxia. Del resto, fra i Netflix Originals dello scorso anno abbiamo visto la serie Marco Polo, ideata dallo stesso John Fusco – esperto di arti marziali e amichetto del cuore di Jet Li – che ha scritto per l’appunto anche La tigre e il dragone 2 (basandosi sull’ultimo romanzo della saga). E qui potremmo metterci un “purtroppo”, se non fosse che, onestamente, Fusco o non Fusco, non è che ci si potesse aspettare un capolavoro da un seguito arrivato sedici anni dopo l’originale e carico di quell’antico sapore da reunion tirata via nella speranza di far cassa.

Dal film originale, un melodrammone che adattava al gusto delle nostre parti lo stile tutto particolare del film di cappa e spada alla cinese (lo so, sto semplificando, datemi tregua) tornano Michelle Yeoh nel ruolo di protagonista e Yuen Woo-ping, il coreografo cinese forse più famoso del pianeta, qui promosso a regista. Fra le novità del cast spiccano invece Donnie Yen, nel ruolo di “quello che si muove meglio e più velocemente di tutti nonostante c’abbia cinquantadue anni”, e il mitico Jason Scott Lee, che negli ultimi anni è diventato gonfio come un canotto e l’occhio spiritato lo fa sempre bene. La storia è sostanzialmente un pretesto arrangiato maluccio e con qualche passaggio logico discutibile per far correre gente di qua e di là, organizzare tre o quattro combattimenti e far ruotare tutto attorno alla fantomatica spada che fu di Li Mu Bai (qui presente sotto forma di flashback imbarazzanti nei quali cercano di far passare un tizio sfocato come controfigura di Chow Yun-Fat, che presumibilmente aveva di meglio da fare). Ovviamente, non mancano un paio di storie d’amore tanto romantiche e tanto finalizzate al lacrimone.

E fino a qui, tutto sommato, ci siamo. In fondo, descrivendo il primo film in maniera molto sommaria, non è che si vada poi tanto lontani. Il problema è che La tigre e il dragone 2 è un seguito pigro e tirato via, quasi interamente basato sul ricalcare in maniera sciatta l’atmosfera, i personaggi, i combattimenti, il tema musicale e i punti chiave dell’originale, senza riuscire a recuperarne la forza emotiva e il senso di stare raccontando una leggenda senza tempo. Manca il respiro, la forza, la scala, è tutto molto più terra terra e sbrigativo, sostanzialmente ordinario. Poi, sì, c’è qualche gag simpatica, ogni tanto scatta il paesaggio evocativo (certo, in un tripudio di pixel) e le coreografie sono realizzate in maniera professionale, ma le emozioni latitano e in generale vien fuori una specie di via di mezzo né carne né pesce, che funziona poco come wuxia “occidentalizzato” ma non ha neanche la forza della real thing. Insomma, si lascia guardare, ma è davvero poca cosa.

La cosa buffa è che il primo film era recitato in mandarino e invece questo ha gli attori cinesi che si arrangiano in inglese. 

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