Good Kill

Good Kill è il nuovo film di Andrew Niccol, uno sceneggiatore e regista che magari non centra sempre il bersaglio ma di sicuro riesce ad essere interessante anche nei suoi film meno riusciti. E quando le cose girano, tira fuori roba del calibro di GattacaLord of War. All’interno della sua filmografia, però, Good Kill, è una creatura quasi unica, perché totalmente priva di toni fantastici o sopra le righe. Ma d’altra parte racconta una realtà dei giorni nostri talmente assurda che, a voler ben vedere, sembra uscita da un film di fantascienza. E Niccol la affronta in maniera asciutta, cruda e pesante, senza fuggire dai conflitti etici al centro della questione, anche se magari non riuscendo ad esplorarli fino in fondo o in con la scioltezza di scrittura che servirebbe.

Il film parla della guerra condotta coi droni, per mano di gente rinchiusa in container ai margini di quella specie di città da fantascienza distopica che è Las Vegas, e lo fa incentrandosi sulla figura di un ex pilota d’aviazione riciclatosi con un joystick fra le mani. Il protagonista, un sofferto Ethan Hawke dalla fronte costantemente corrucciata, è un pilota che fatica a scendere a patti con il compromesso etico del suo nuovo ruolo, con la capacità di uccidere gente a migliaia di chilometri di distanza senza mettere minimamente in gioco la propria vita. La sua storia viene raccontata con un taglio straniante, un’atmosfera quasi disumanizzata che trasmette alla perfezione il senso di distacco vissuto dai personaggi. Probabilmente, la cosa è almeno in parte figlia dell’ambientazione, ma soprattutto lo è del semplice ritrovarsi a fare la guerra seduti davanti a una scrivania, seguendo ordini di servizi segreti che loro per primi non sanno dirti se sia il caso di sparare su quell’abitazione o quel gruppo di ragazzini, avendo come compagni di banco tizi arruolati perché bravi videogiocatori.

Poi, certo, rimane da chiedersi se ci sia poi tutta questa differenza, in termini etici, fra l’ammazzare pilotando un aereo e il farlo dalla scrivania. Good Kill prova ad affrontare anche questi aspetti della faccenda e lancia spesso i suoi personaggi in monologhi con cui Niccol dice la sua su questo o quell’argomento, ma sono momenti dal sapore un po’ impacciato. E alla fine il problema del film sta forse nella sua incapacità di far coesistere quel che ha da dire con gli attimi di gran cinema regala quando non si preoccupa troppo di dirlo. Niccol prova a parlare di argomenti importanti, dice cose scomode e lo fa senza alcun timore, ma è soprattutto quando i suoi personaggi non pontificano e prende piede l’atmosfera opprimente, straniante, lancinante del racconto,  che il film decolla, immergendoti in uno spirito quasi più da horror inquieto, che da dramma militare.

L’ho visto ormai quasi un anno fa, quando è uscito in giro per il mondo, e devo dire che è uno di quei film che sulla distanza crescono, perché comunque ti lasciano dentro cose su cui riflettere. In Italia ci arriva questa settimana. Meglio tardi che mai.

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