Anomalisa

Prima di mettermi a scrivere questo post, sono andato a riguardarmi la filmografia di Charlie Kaufman, perché non mi fidavo della mia effettivamente poco affidabile memoria. E ci sono quasi rimasto male. Considerando quanto le sue sceneggiature sono intrise di personalità, riconoscibili, sostanzialmente “firmate”, istintivamente mi aspettavo di ritrovarla ben più cicciona, e invece Anomalisa è solo il secondo film che ha diretto in quasi due decenni di attività, sette anni dopo quel Synecdoche, New York definito da Roger Ebert “il film del decennio”. A Kaufman dobbiamo infatti anche gli script di Essere John Malkovich, Human Nature, Il ladro di orchidee, Confessioni di una mente pericolosaSe mi lasci ti cancello.  E hai detto niente. Eppure, nonostante questa raffica di filmoni, per realizzare il suo esperimento nel cinema d’animazione, Kaufman è dovuto passare da una campagna di raccolta fondi su Kickstarter, con la quale ha per altro realizzato uno fra i più bei film dell’anno (del decennio?), che difficilmente batterà Inside Out agli Oscar nei prossimi giorni ma, caspita, quasi quasi se lo meriterebbe.

E che cos’è? È un lungometraggio realizzato in stop motion, che racconta una surreale crisi di mezz’età tramite marionette dall’espressività allucinante (e doppiate, in originale, da gente del calibro di David Thewlis, Jennifer Jason Leigh e Tom Noonan). Il protagonista è Michael Stone, un autore di libri motivazionali in viaggio a Cincinnati per una conferenza di promozione del suo ultimo libro, ma non la sta vivendo benissimo. Rimpiange un amore abbandonato, non riesce a godersi la propria famiglia, sente il tempo che gli scorre fra le dita e vive in un mondo privo di reali stimoli emotivi. Tutto questo, nel film, viene visualizzato tramite una singola, potentissima, trovata, che per certi versi può far tornare alla memoria l’assurdo delirio dalle mille facce di John Malkovich dell’esordio di Kaufman: tutte le persone con cui Michael ha a che fare hanno lo stesso volto, bianco, e la stessa voce, maschile.

E sono tutti (e tutte) tenuti a distanza, visti in maniera fredda, poco interessanti, senza alcuna connessione umana realmente percepita. Ma all’improvviso, Michael sente una voce femminile e, forse, trova qualcuno per cui potrebbe valere la pena di ricominciare a vivere sul serio. O magari è solo un’illusione. Quel che è certo è che Anomalisa è un capolavoro dalla delicata ma stordente potenza. Sfrutta un’idea semplice ed efficacissima in maniera molto forte, per tirar fuori un metaforone che parla di noi, del nostro rapporto con le altre persone, di cosa possa significare sentirsi isolati, distanti da tutto e da tutti, e di quanto possa essere travolgente trovare all’improvviso una connessione con qualcuno, anche se magari episodica e fugace. E questo viene raccontato con uno stile visivo incredibile e una cura pazzesca, infilando virtuosismi registici sorprendenti e trovando almeno un paio di scene, quella della canzone e quella del rapporto sessuale, fra le più belle dell’anno, o magari del decennio. Il tutto, fra l’altro, in uno dei film forse più lineari e immediatamente comprensibili di Kaufman, ma non per questo privo di trovate geniali, lampi di follia improvvisi e grande profondità. Insomma, un capolavoro.

Fra l’altro, agli Oscar non ce la farà, ma intanto il Leone d’argento a Venezia se l’è portato a casa. Per quel che vale, brava Italia.

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