Love – Stagione 1

Dunque, breve cronaca del mio rapporto con Love. Ero incuriosito perché avevo sentito Judd Apatow chiacchierarne in un podcast, parlando del modo in cui avevano scelto di utilizzare i ritmi del mezzo non solo televisivo, ma proprio da visione/indigestione su Netflix, per raccontare l’evoluzione di un rapporto con calma, nel tempo, senza affrettare le cose, dando il giusto peso agli archi dei personaggi. Ed ero incuriosito perché alla fin fine un po’ tutte le cose su cui mette le mani Apatow, soprattutto quelle su cui mette le mani ma che non cura direttamente lui, sono interessanti. Poi Love è arrivato, ho iniziato a guardarlo e nella prima puntata ho trovato diversi aspetti che mi facevano innervosire, quella comicità apatowiana un po’ forzata che esagera nel macchiettismo, pur lavorando bene sul prendere in giro tratti e difetti molto umani. Ma ci ho visto anche diversi lampi di gran bel potenziale. E sono andato avanti.

E la seconda puntata, con quella lunga chiacchierata così ben scritta, anche nel giocarsi i suoi cliché, e che è fra l’altro l’unico momento della stagione in cui i due protagonisti stanno davvero a lungo assieme, mi ha fatto innamorare. Andiamo quindi con la terza puntata, in cui ormai i tratti fastidiosi erano passati sullo sfondo e c’era solo l’ottimo lavoro sui personaggi. Infine la quarta puntata, che si conclude in quella maniera lì. “OK, mi sa che mi piace proprio tanto”. Sabato sera, sul tardi, mi sono messo lì, poppante in braccio con biberon in bocca, a guardare la quinta puntata. Alla fine, la mia faccia aveva l’aspetto del “Wow”. Ho messo a nanna la bimba. “Dai, ne guardo un’altra”. Improvvisamente erano le quattro e avevo finito la stagione. E l’aspetto della mia faccia non era cambiato. Insomma, guardatevi Love, che è bello, intrigante, adorabile, divertente, intenso e, con quei suoi episodi da 30/40 minuti che volano via belli lisci, va giù senza neanche fartene accorgere.

Perché? Perché, un po’ come diverse altre serie recenti (qui è dove vi ricordo di guardare You’re the Worst), riesce ad affrontare temi e meccanismi da commedia romantica smontandoli a pezzetti e riarrangiandoli a suo uso e consumo, per andare a parlare soprattutto d’altro. La relazione fra i due protagonisti, i bravissimi Gillian Jacobs e Paul Rust, viene costruita con calma, nel tempo, in quanto conseguenza del lavoro sulla loro evoluzione indipendente. Nelle dieci puntate di questa prima stagione, vediamo crescere i due personaggi, ne scopriamo le personalità complicate e finiamo per innamorarci di due mezzi stronzi che hanno parecchio da dire, dietro alla patina da schiaffi che li ricopre. E attorno a loro c’è un cast delizioso, capitanato da quella matta adorabile di Clauda O’Doherty.

Ma il bello di Love, oltre che nella sua scrittura deliziosa, nella forte personalità, nell’ottima cura per l’immagine, nella sua comicità a tratti dirompente (ma sempre circoscritta fra le pieghe del racconto) e nella bravura degli attori, sta anche anche nella consapevolezza con cui è stato strutturato. È una serie che si prende il tempo di raccontare un percorso molto ben definito nell’arco di dieci puntate, trasformando fra l’altro la solita logorrea di Judd Apatow da limite a gran qualità, ma non rinuncia mai a proporre anche storie perfettamente incastonate nel singolo episodio e si gioca alla perfezione la mossa Netflix, quella di introdurre un nuovo elemento al termine di ogni puntata, per farti venire l’ansia da “un’altra e poi smetto” che tanto bene funziona con la TV in streaming. È una serie deliziosa, divertente, romantica, straziante, dura, che non si fa problemi nel mostrare i lati peggiori dei suoi personaggi ma riesce a dare loro un taglio vivo, profondamente umano. Insomma, è l’ennesima bella proposta targata Netflix.

Le puntate si sono manifestate tutte assieme venerdì scorso. La seconda stagione è già stata confermata. Non ho molta voglia di aspettare un anno per guardarla, anche perché sono troppo curioso di vedere come se la giocheranno. Uffa.

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