Il caso Spotlight

Spotlight è il nome del team interno al Boston Globe che si occupa di inchieste investigative d’ampia portata, Le quali possono richiedere anche anni di lavoro su un singolo argomento. Si tratta della redazione giornalistica investigativa più antica degli Stati Uniti d’America, perlomeno fra quelle ancora attive, e nel 2003 ha vinto il premio Pulitzer per la serie di articoli nati dall’inchiesta raccontata in questo film. Ora, come da questo si possa essere arrivati ad intitolare il film in Italia Il caso Spotlight, io, onestamente, con tutta la buona volontà, pur sapendo che Il caso [inserire a piacere] è un classico d’impatto, non riesco davvero a capirlo. Ma insomma, facciamocene una ragione e tiriamo avanti, anche perché Spotlight è un gran bel film, ottimamente scritto, diretto e interpretato.

Il caso in questione è quello dell’abuso sessuale di minori da parte di preti della chiesa cattolica, ma soprattutto del sistema messo in piedi dall’istituzione stessa per tollerare, nascondere e proteggere. Nata come inchiesta di stampo locale (come da focus del Boston Globe) sulla base di episodi isolati, l’indagine ha finito per scoperchiare un pentolone immenso tanto nell’ambito dell’area di Boston, quanto su scala globale, e mettere alla luce non solo i singoli casi ma, appunto, quel che viene fatto per sminuire il problema. Il film racconta l’avvio dell’indagine, spinto con forza dal nuovo editor Marty Baron, e tutto il suo svolgimento, le difficoltà, i dubbi, l’incredulità, l’intreccio con gli eventi dell’11 settembre e via via fino all’uscita dei primi articoli, con il lavoro del team messo in primo piano dall’inizio alla fine. Ed è un film eccezionale.

A colpire, soprattutto, è il garbo, l’approccio moderno nel ritmo della scrittura e della narrazione ma classico per lo stile quasi giornalistico con cui vengono trattati gli eventi. Tutto il film è impostato su un tono basso, placido, che evita il sensazionalismo e le scene madri (al di là di un singolo momento d’urlata concesso a Mark Ruffalo, che onestamente risulta un po’ fuori posto), riducendo al minimo la retorica e le esplosioni lacrimevoli. E forse proprio per questo, i momenti in cui il dramma delle persone più o meno coinvolte diventano ancora più forti e stordenti, la rabbia per ciò che viene raccontato monta implacabile in chi guarda tanto quanto nei giornalisti,  mentre la loro indagine viene raccontata in maniera minuziosa.

Fanno eco a questo approccio gli attori, non solo pazzeschi nel “riprodurre” le figure reali a cui si ispirano, anche tremendamente misurati e per questo efficacissimi nelle interpretazioni. Tutti, da chi sta al centro come Michael Keaton, Mark Ruffalo e Rachel McAdams alle comparse che appaiono per pochi minuti, mostrano una forza e una bravura incredibili senza sentire mai il bisogno di esagerare. Liev Schreiber, in particolare, è strepitoso, sempre trattenuto ma fortissimo, il vero motore nascosto del film tanto quanto il suo personaggio lo fu dell’inchiesta.

Va da sé che, titolo a parte, non mi assumo responsabilità sulla versione italiana, dato che l’ho visto in lingua originale e gli attori sono uno meglio dell’altro.

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