Fargo – Stagione 2

Se devo trovare un difetto alla prima stagione di Fargo, mi metto a ravanare cercando il pelo nell’uovo e posso dire che impiega qualche puntata per scrollarsi di dosso l’eredità pesante del film dei Coen e spiccare definitivamente il volo, abbracciando una propria anima indipendente. Ecco, la seconda stagione parte che sta già a diecimila metri d’altezza e non si ferma mai, mai, mai. Nella testa di Noah Hawley esiste un grande libro dedicato alla storia del crimine nel Midwest e sta a Fargo, tanto il film quanto le varie stagioni del telefilm, il compito di raccontarne i vari capitoli. Con il secondo anno del suo show si affronta quel massacro di Sioux Falls cui accennavano i personaggi della prima stagione, ma soprattutto viene raccontata un’altra piccola storia di persone normali alle prese con la furia degli eventi rabbiosi che dominano il mondo fuori dal tranquillo focolare domestico. E ne viene fuori l’impresa incredibile, una stagione ancora più bella della prima, forte di un cast forse senza pari, di una scrittura strepitosa e di una cura per l’immagine senza senso. Insomma, una bomba atomica.

Ci si sposta nel 1979 e i legami con il primo anno sono quasi più formali che altro: l’ambientazione rimane bene o male quella e ci sono un paio di versioni giovani dei personaggi visti lì, ma per il resto viene raccontata una storia del tutto indipendente e che, anzi, fa della sua unicità la propria forza. La serie abbraccia infatti l’ambientazione temporale con tutto il cuore e, pur mantenendo una certa coerenza stilistica di fondo, apre le porte a un ritmo, un tono, uno stile di narrazione, un lavoro sul montaggio, sostanzialmente una “forma” radicata in quegli anni, frizzanti e brillantissimi. Ancora di più e con un equilibrio ancora migliore rispetto al primo anno, Fargo riesce a mescolare tragedia, dramma, thriller tesissimo e commedia dell’assurdo, mescolando momenti di rara cupezza con adorabili lampi di leggerezza, trovando in questo una forma di bizzarro realismo che sfugge al tripudio di televisione super depressa che va per la maggiore.

Hawley, invece, ha il coraggio di raccontare mirando altissimo in ogni direzione, sperimentando coi registri, lo stile visivo, l’accompagnamento musicale, il modo di raccontare gli eventi, schivando i cliché dettati dalla stessa natura di “opera ispirata a” e raccontando un thriller televisivo forte, teso, appassionante, divertente, innovativo. In più il cast è pazzesco, denso di attori in forma smagliante, la scrittura è non solo brillantissima nelle singole scene e nei dialoghi, ma molto più coesa rispetto al primo anno nel far tornare tutti i fili del discorso, e la capacità di piazzare una scena madre devastante in quasi ogni puntata è incredibile. Il confronto fra Keith Carradine e Billy Bob Thornton verso la fine della prima stagione era una roba torcibudella? Qui c’è qualcosa del genere quasi ogni settimana. La tensione per il Lou Solverson di Patrick Wilson è relativa, dato che l’abbiamo visto da vecchio nel primo anno? Il cast è pieno di altri personaggi affascinanti e le cui vicende fanno salire la tensione. E tutta la seconda metà di stagione è un lento montare esplosivo, che piazza un colpaccio dietro l’altro, raggiunge forse l’apice con il massacro di Sioux Falls (ma quante puntate bellissime e ingegnose nella costruzione sono servite per arrivarci) e va poi a chiudere in un finale magistralmente compassato. Insomma, Fargo rimane là in cima fra le cose migliori che si possano guardare in TV.

Ce la siamo guardata in famiglia a gennaio, insegnando l’accento del midwest e i suoi “oukei” alla nostra poppante. Se potete, guardatevelo in lingua originale, ché davvero non posso più fare a meno di quegli “oukei den”. Ne scrivo adesso perché in Italia hanno finito di trasmetterla ieri.

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