The Hateful Eight

The Hateful Eight è l’ottavo (o nono, o magari perfino decimo, fate voi a seconda di se/come volete contare i due Kill Bill e l’episodio di Four Rooms) film di Quentin Tarantino ed è quello con cui, al netto del desiderio già espresso di realizzare almeno un altro western, va probabilmente a chiudere il suo ciclo storico e politico, in un crescendo che ci ha portati a un ritratto impietoso e rabbioso degli Stati Uniti d’America. Un po’ come già Jackie BrownDeath Proof, è un film che sembra quasi volersi scrollare di dosso gli eccessi spettacolari e più appetibili per il pubblico mainstream dei due precedenti, che riduce la risonanza del cast e pensa a farsi soprattutto gli affari suoi, a botte di sofisticazioni vintage, integralismi su lenti, pellicola, ouverture e intervallo, un tripudio più forte che mai di suggestioni da studente della storia del cinema, narrazione di stampo teatrale come mai prima nella carriera del regista e, sostanzialmente, due ore di gente che chiacchiera senza tregua per accumulare elementi su cui far esplodere la tensione e il macello nella seconda parte. Ed è un film bellissimo.

Le similitudini con Le iene sono difficili da negare, per l’impostazione sostanzialmente a singola location, il taglio quasi intimo delle vicende, l’idea di rinchiudere un gruppo di persone spregevoli in quella stanza per farle cuocere con calma fino a quando, inevitabilmente, esploderanno le teste. Dove però Le iene era comunque un film più dinamico nel montaggio, nei movimenti di macchina, nel modo di fare cinema, The Hateful Eight mostra forse una maggior convinzione nella propria forza e consapevolezza della stessa, una voglia ancora più intensa di affidarsi totalmente alla potenza della parola, alla capacità di dirigere gli attori come quasi nessuno sa fare (Tarantino ritiene alla sua altezza solo David O. Russell), alla composizione di immagini enormi, profonde, che raccontano tantissimo sfruttando le scelte intransigenti alla base per dare un’incredibile potenza cinematografica a questa specie di sanguinario spettacolo teatrale.

Insomma, il Tarantino di The Hateful Eight è un Tarantino più che mai convinto delle sue capacità e che non guarda in faccia a nessuno, se non ai suoi attori, nell’inseguire le proprie convinzioni. Giustamente innamorato della sua sceneggiatura, la mette in scena con tutta la calma che gli serve, dilatando i tempi, dando spazio agli attori per caricare di peso ogni singola parola e conducendo con calma verso una seconda parte che accelera all’improvviso e si trasforma in un giallo perfetto, un mistero tesissimo e pronto ad esplodere in un tripudio di violenza da grindhouse. E lo fa utilizzando per la prima volta una strepitosa colonna sonora originale, composta per l’occasione da Ennio Morricone, dirigendo come sempre un cast strepitoso, con in particolare delle interpretazioni fenomenali per Jennifer Jason Leigh, Samuel L. Jackson e il nostro amico Walton Goggins, lavorando meravigliosamente sull’immagine per dar vita a un film che fin dai primi istanti trasmette davvero un sapore d’altri tempi e ti proietta in una sala cinematografica di decenni fa.

L’ho visto in lingua originale e nella versione a 70mm, che merita senza dubbio per tutte le menate tecniche di cui parla Tarantino, per le trovate da nostalgico che ci ha voluto appiccicare (l’intervallo propedeutico alla minzione e il cartellone d’apertura musicato da Morricone) e per gli otto minuti aggiuntivi, fra dialoghi più approfonditi e scene montate in maniera leggermente diversa. Ci sono pochi cinema che la proiettano e può essere uno sbattimento recuperarla, ma merita.

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4 pensieri su “The Hateful Eight”

  1. ti ha stupito il finale?la strega con tutte le botte che prende pensavo che alla fine fosse lunica sopravvissuta. Io ci ho visto anche parecchi omaggi alla la cosa di Carpenter.

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  2. Boh, io non amo tarantino, per nieente, ma ieri sera sono andato a vederlo lo strsso e mi ha fatto piuttosto defecare. E il fatto che anche al gruppo di amici, notoriamente amanti del regista, abbia fatto sostanzialmente schifo, mi ragforza la convinzione.

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  3. Più che altro son tre ore di dialoghi prolissi e poco interessanti in cui sostanzialmente alla fine non succede niente, nessun colpo di scena finale, newsuno spunto di riflessione, niente di niente.

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