Turbo Kid

Turbo Kid nasce come T is for Turbo, cortometraggio creato da François Simard, Anouk Whissell e Yoann-Karl Whissell per partecipare alla selezione del ventiseiesimo “pezzetto” di The ABCs of Death. La creatura del trio canadese si era fatta valere nel concorso, ma venne sconfitta nelle battute finali e infatti lo spazio della lettera T, nell’antologia, finì occupato dallo strepitoso corto animato T Is For Toilet, di Lee Hardcastle. Ma i tre non si sono arresi, anzi, si sono rimboccati le maniche e hanno rielaborato il tutto per tirarne fuori un lungometraggio, un po’ come Damien Chazelle con Whiplash, o come [inserire nome di regista horror a caso che ha esordito negli ultimi anni tirando fuori un film da un cortometraggio grazie alla produzione di un regista horror affermato a caso]. Il risultato è, appunto, Turbo Kid, un gioiellino nostalgico che ha fatto innamorare in molti al Sundance Festival e si è da poco manifestato anche nel catalogo italiano di Netflix.

Se, come me, avete guardato Kung Fury perché vi sentivate in target ma l’avete trovato brutto, sostanzialmente sbagliato nei modelli di riferimento un po’ campati per aria e soprattutto noioso come guardare la vernice che si asciuga su un muro, innanzitutto venite qui e datemi un cinque, ma in secondo luogo date una chance a Turbo Kid. Intendiamoci, si possono apprezzare entrambi come odiare entrambi e si può tranquillamente odiare questo e amare Kung Fury, ma insomma, mi sembrava un buon punto di partenza. Turbo Kid è una specie di ibrido bizzarro. Immaginatevi un film prodotto nel bel mezzo degli anni Ottanta, da qualcuno con la fissa di Mega Man che ha deciso di realizzare un filmone d’avventura per ragazzi in stile Amblin, ma filtrandolo attraverso l’approccio alla violenza e al macello visibile nei film che noi ragazzi degli anni Ottanta ci guardavamo quando i nostri genitori erano distratti. Il tutto, chiaramente, realizzato oggi, quindi con mezzi moderni, seppur tramite un budget da produzione indipendente, e con un po’ di umorismo nostalgico e tirare di gomito, che non possono chiaramente mancare ma fanno da simpatico contorno, non da cuore della faccenda.

Ecco, forse il motivo per cui secondo me Turbo Kid, nonostante qualche calo di ritmo nel secondo atto, prende Kung Fury a calci in culo fortissimi sta proprio lì. È chiaro che gran parte del suo fascino arriva dall’operazione nostalgia, dalle musiche retrò, dalla scelta di raccontare un mondo devastato dalla pioggia acida come da timore dei tempi, dalla presenza di un Michael Ironside enorme e che si diverte come un matto, dal fatto che tutti se ne vanno in giro con la BMX. Insomma, da quelle cose lì. Ma sono elementi di un film che ha comunque una sua sostanza indipendente dal giochetto, che funziona come baracconata stupidina d’azione per i fatti suoi, ha due o tre gag fulminanti, un paio di scene action piuttosto gustose e un quartetto di attori efficacissimi. Oltre all’Ironside di cui sopra, colpaccio probabilmente figlio delle sue origini canadesi, funzionano alla grande sia i due (non poi così) giovani protagonisti, sia il mascellone di Aaron Jeffery. E ci si diverte per un’ora e mezza. Bene così.

Come dicevo, il film è spuntato una settimana fa nel catalogo italiano di Netflix. È in lingua originale, ma ci sono i sottotitoli e, insomma, meglio di niente.

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