The ABCs of Death

C’è stato un breve momento, fra 2012 e 2014, in cui sono tornati improvvisamente di moda i film horror a episodi. Oddio, forse sostenere che fossero tornati di moda è un po’ un’esagerazione, considerando che nella sostanza abbiamo visto solo due “serie”, ma tant’è, nel giro di tre anni sono spuntati tre V/H/S e due The ABCs of Death. E poi è finito tutto, o così sembra, nonostante la qualità media della faccenda sia stata tutt’altro che disprezzabile, pur con gli inevitabili passaggi a vuoto. Ma d’altra parte ci sta, a un certo punto le idee finiscono, no? Comunque, The ABCs of Death è forse la versione più flippata della cosa, una raccolta da due ore di micrometraggi legati alle lettere dell’alfabeto, alcuni belissimi, alcuni bruttissimi, alcuni da mani in faccia, più o meno tutti perlomeno guardabili. Ma come funziona?

In pratica, i produttori Ant Timpson e Tim League hanno selezionato ventisei registi e/o coppie di registi, assegnando loro una lettera dell’alfabeto ciascuno. Ciascuno aveva a disposizione qualche minuto di tempo in cui raccontare qualcosa, qualsiasi cosa, che avesse a che fare con la morte, nella maniera preferita ma con un budget non superiore ai cinquemila dollari (come svelano nel loro segmento, fra l’altro per lo scorno dei produttori, quei due pirla di Adam Wingard e Simon Barrett). Per il resto, libertà totale, col risultato che nelle due ore abbondanti che compongono il film si vede tutto e il contrario di tutto: fiabe horror inquietanti, splendidi corti d’animazione, riflessioni metafisiche sul senso profondo della scorreggia, epiche di fantascienza che si prendono sul serissimo, parodie brutali e violentissime, critiche sbudellate al culto dell’immagine, riproduzioni di barzellette di quart’ordine, pipponi autoriali che ti fan venire voglia di tirar testate al regista di turno e deliri allucinogeni di matrice orientale.

In pratica è una panoramica di livello globale sulla scena horror degli ultimi anni, che dà spazio tanto a registi abbastanza affermati quanto alle nuovissime leve. E chiaramente, se fra i primi non manca chi affronta la cosa con spocchia o pigrizia (ma anche chi tira fuori colpi da maestro, intendiamoci), fra i secondi si trovano perle incredibili e nel complesso la visione, tutto sommato, merita, anche se con il seguito le cose sono andate pure meglio. Poi, intendiamoci, goderselo è anche una questione di approccio al film. Per dire, se lo chiedete a me, va trattato come uno di quei libri “da consultazione”, stile dizionario del cinema: magari inizi a leggertelo in botta come se fosse un romanzo, perché in fondo ti interessa tutto, ma poi lo molli, lo riprendi quando ne hai voglia, ogni tanto ti leggi un pezzetto. Io, per dire, mi sono guardato le prime tredici lettere come favola della buonanotte, mentre davo il biberon a mia figlia. Il resto l’ho visto nell’arco della giornata successiva, come tappabuchi nelle pause dal lavoro: finivo di scrivere un articolo e mi guardavo una lettera, concludevo la registrazione di un video e mi guardavo una lettera, andavo in bagno e mi guardavo una lettera. Oppure, certo, ci sta anche la serata pizza e birra con amici, pronti a ridere delle nippo-gag a base di scorregge. Anche perché la verità è che, tolta qualche eccezione, la maggior parte dei corti la butta molto sul ridere.

Fra l’altro, a proposito di situazioni con pizza e birra fra amici, segnalo che lunedì 1 febbraio, a partire dalle 21:30, The ABCs of Death sarà protagonista della prima serata dei lunedì horror organizzati da Midnight Factory al cinema Mexico di Milano. Magari non vi fanno entrare armati di pizza e birra, ma insomma, dovrebbe essere divertente.

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